Achille Maccapani Blog

maggio 18, 2010

“Bacchetta in levare”: la recensione di Bartolomeo Di Monaco per le riviste web Parliamone, Bottega di lettura, Pagina Tre e Viadellebelledonne

Filed under: Uncategorized — achillemaccapani @ 10:35 pm

(Sono rimasto sinceramente sorpreso da questa bella e profonda recensione di Bartolomeo Di Monaco, dedicata al mio ultimo romanzo “Bacchetta in levare” pubblicata sulla rivista Parliamone, e già programmata per l’uscita, dal 15 giugno, nelle riviste web Bottega di lettura, Pagina Tre e Viadellebelledonne. Perché l’approfondimento compiuto da Bartolomeo Di Monaco sul testo di questo romanzo si è rivelato non solo rivolto ai valori del testo scritto, ma anche e soprattutto a quelli nascosti, che un attento lettore come lo scrittore e saggista lucchese ha saputo cogliere. Il nostro è un rapporto particolare, nel senso che non ci siamo mai sentiti telefonicamente, ma solo a mezzo email, e per il tramite di un amico comune. Tuttavia sono sinceramente felice per il fatto che, seppur distanti centinaia e centinaia di chilometri, si riesca a condividere, attraverso il testo scritto, emozioni, sensazioni, luoghi descritti, ansie e gioie. Proprio in questi frangenti comprendo che il messaggio arriva davvero a destinazione. Propongo pertanto di seguito la recensione di Bartolomeo Di Monaco, sperando di fare cosa gradita al lettore. A.M.)

 

Bacchetta in levare”, Marco Valerio Editore, 2010.

A distanza di un anno dal bel romanzo “Confessioni di un evirato cantore” esce con l’editore Marco Valerio di Torino questo libro che ha a che fare ancora con la musica, e il lettore si aspetta dal suo autore – nato a Rho nel 1964, vive e lavora a Ventimiglia – un esito altrettanto felice. Vediamo.

Il direttore d’orchestra Enrico Liverani è un uomo solo che patisce la solitudine ed è stanco del proprio lavoro. Deve andare in onda l’ultimo atto della Traviata ed egli è rinchiuso nel suo camerino, assediato dai pensieri. Ci troviamo a Salisburgo.

Un incipit molto bello ed efficace ci trascina da subito nel mondo della musica lirica. Passo per passo, in compagnia delle emozioni. Maccapani ha una scrittura suadente, limpida, con una intrinseca vocazione musicale. Scorre come uno spartito.

La Traviata e la drammatica storia della sua protagonista Violetta si accompagnano alla tragedia vissuta dal maestro: la morte della moglie Giuliana, in circostanze simili, a causa di un tumore: “È sola, come lo era mia moglie.” Mentre dirige, ciò che si rappresenta sul palco gli ricorda la sua vita.
Sarà la sua ultima esecuzione, poi si ritirerà dalle scene “per motivi strettamente personali.
L’ultima esecuzione di Liverani è in realtà l’ouverture del romanzo.

Sono passati sei anni da quel momento. Il maestro si è ritirato a Brunetti, una località ligure collinare, isolata, tranquilla, tra i vigneti. Vi trascorre i giorni accompagnato dai suoi tormenti: “Domande urlate nel silenzio delle colline.
Essi si mescolano ai ricordi musicali, quasi a porgere, questi ultimi, il dono di una risposta, di una interpretazione.

A poco a poco Dio e la musica diventeranno i veri compagni della sua solitudine, sublimando i ricordi. Maccapani immerge il suo protagonista in un nuovo universo in cui fede e musica diventano i motori primi dell’esistenza: “mi pare di provare una percezione di volo. Un distacco dalla vita terrena. Un modo diverso di vedere le cose di ogni giorno.”; “Una natura incontaminata attorno a casa mia, fatta soltanto di suoni.

Il paesaggio che il protagonista attraversa ha la scansione di note musicali. La strada in discesa, le terrazze, i vigneti, gli alberi, il ruscello, le rocce, i piccoli borghi, come quello di Trinità, si collegano sempre, sia di giorno sia di notte, alla casa di Brunetti, alla sua stanza dove trascorre le ore nella lettura degli spartiti. La mente di Liverani non può più prescindere dalla musica. I suoi dolori, soprattutto quello della perdita della moglie Giuliana, si trasformano nella sua mente in musica.
È la sua fuga dal mondo “esteriore”. La sua scelta definitiva.

A tenerlo isolato contribuisce il suo commercialista Gianni Maccario, il quale ha l’ordine di tenere lontano i giornalisti che lo cercano e di rifiutare le proposte degli impresari: “Il signor Liverani non è più interessato ad accettare incarichi. Si è ritirato. Mi spiace.

Solo che accade un fatto inaspettato. C’è una sinfonia che gli gira nella testa, mai eseguita: è l’Ottava sinfonia di Anton Bruckner: “Mi sta entrando nella pelle come mai era accaduto nel passato.” Quella partitura di ben 171 pagine diventa un’ossessione: “questa cattedrale sonora immensa, dalle guglie altissime, impervie e irraggiungibili”. La drammaticità che vi è contenuta lo riporta anche agli anni della malattia della moglie e alla sua morte. Una miscela devastante: “E queste musiche. Questi passaggi strumentali. Il primo movimento. Tutto mi ricorda quei giorni terribili.
La pace che cercava nell’isolamento si allontana.

Si insinua il desiderio di tornare a dirigere. La musica sublima e trasfigura i sentimenti, li rende materia divina. Bruckner e la sua sinfonia ne sono il tramite.

In Maccapani la musica diventa espressione universale di un potere taumaturgico in grado di risanare e ricostruire. La musica può tutto. È una sfida per chiunque le si avvicini, e una volta che ci si è riusciti ad avvicinarla, si apre dinanzi a noi un universo speciale in cui tutti i sentimenti, siano essi di dolore o di gioia, producono nell’anima una mutazione salvifica e rigeneratrice. La musica non è mai disgiunta da Dio. La scelta di Bruckner non è casuale.

La scrittura di Maccapani è ancora più fluida e sicura rispetto al libro precedente, la narrazione si carica di una piacevole suspense e ci rendiamo conto che l’autore ha acquisito ormai definitivamente il proprio timbro. Sa attrarci e il mondo della musica che descrive con puntualità e competenza immerge la scrittura dentro un alone magico che fa sognare. Il viaggio in treno da Ventimila a Lucerna – un esempio tra tanti – dà conto di questa capacità di tenere desta l’attenzione del lettore.

Dirigerà a Lucerna l’Ottava sinfonia di Anton Bruckner. Ne è felice, non ha avuto esitazione ad accettare la proposta venutagli dal soprintendente  di quel teatro. L’orchestra è composta da giovani sotto i 25 anni provenienti da tutto il mondo. Un’esperienza davvero emozionante. Si sente preparato. Una rinascita.

Improvvisamente Maccapani ci introduce gli orchestrali cominciando con la ventiduenne Isabelle Pastor; diventa lei per un attimo la narratrice offrendoci un punto di osservazione diverso e nuovo. È un segnale che l’autore abilmente ci invia.

Infatti, di lì a poco altri orchestrali si alterneranno introducendoci nell’universo emotivo che precede ogni esibizione musicale.

Assistiamo alle fasi preparatorie di un concerto ascoltando voci, incertezze, ansie, dubbi ed emozioni espresse dal direttore e dai componenti l’orchestra. Ci rendiamo conto, così, dei molti fili che devono essere tessuti per collegare tra loro strumenti e sentimenti. Non solo, ma anche di quanto la musica si rivolga agli animi più raffinati e sensibili. Maccapani apre un varco in cui ci invita ad entrare per assistere al modo come la musica da suono diventa arte e vita.

Liverani entra nei segreti del suono alla ricerca di Dio, e la musica si sublima e s’innalza. Il sovrintendente che assiste alla prove, riflette: “Comincio a rendermi conto che quel suono, quella visione, quella concezione ha un senso profondo. Una tragedia umana interpretata dall’orchestra.” È l’umanità che si tuffa nel dolore e lo sublima. Più avanti si leggerà: “È solo il rapporto tra l’uomo e l’Eterno ad emergere in tutta la sua irruenza.

Maccapani si rivela un singolare, preciso e affabile narratore di musica, forse il solo in Italia. Una piacevole novità. Nell’altro romanzo seguivamo la musica attraverso un “evirato cantore”, il celebre Luigi Marchesi, ora viviamo la musica attraverso un direttore d’orchestra che prepara ed esegue per la prima volta una difficile sinfonia, l’Ottava di Bruckner.

Non è facile scrivere romanzi come questo che richiedono passione e competenza, e dove la fantasia è sapientemente controllata. Romanzi che costituiscono una piacevole eccezione nel panorama contemporaneo, non solo italiano.

Va dato a Maccapani il merito di aver intrapreso un cammino insolito per un narratore, che farà felice tutti i lettori, forse un po’ stanchi del solito tran tran, e soprattutto gli appassionati di musica classica.

La musica, infatti, è la musa ispiratrice di Maccapani, le si affida come un amante, la osserva, l’ammira, ne resta incantato: “I corni vibrano nell’aria sullo sfondo tenue dei primi e dei secondi violini. Timidi, si avviano verso un cammino oscuro. Irto di difficoltà. Ombre. Incognite sul prosieguo del percorso. Assenza totale di punti cardinali.” La musica si apre all’infinito. E suoni e strumenti vi conducono come avamposti e messaggeri di Dio. Torna l’immagine di Giuliana, la moglie defunta del maestro. Sembra che la musica la trascini con sé sempre più in alto.
L’Ottava di Bruckner come un’Ascensione.

Un tema eccellente e difficile da rendere, egregiamente svolto dall’autore. Bravissimo. Chi sa se qualche direttore di orchestra verrà mai a conoscere questo romanzo che per un istante ha saputo trasformare in parole la musica, così come l’airone virando a terra può lasciare il segno di un’ala sulla sabbia.
L’Ottava anche come un requiem per Giuliana. E, per il maestro, il requiem di una confessione e di una conversione.

Prima La Traviata e Salisburgo, ora l’Ottava (“profondità descrittiva dell’animo umano e spirituale”) e Lucerna sono diventate la porta dantesca varcata la quale demoni e angeli si combattono prima che inizi l’ascesa dell’anima: “Intraprende una salita breve. Un percorso rivolto con lo sguardo in alto. Verso un chiarore sempre più definito.

Liverani è nella musica, come Dante è nelle tre Cantiche: in quel chiarore che sempre più si approssima cerca la sua Giuliana: “Mi domando dove diavolo sia finita, perché se n’è andata improvvisamente e mi ha lasciato solo.

Sa pure che soltanto attraverso l’ascolto e l’analisi di ogni nota musicale può sperare di non smarrire la strada e di ritrovarla: “guardo da tutte le parti.” La musica è il suo Virgilio: “La musica mi spinge. Mi esorta.”; “Totale assenza di nuvole. Queste ultime restane sottostanti i miei piedi.”; “Il primo violino, la guida del mio viaggio”.

Ode la voce di Giuliana, finalmente, che poi scompare, per riapparire come portata dal vento: “perché mai tutto ciò? Perché??? Dove mi hai portato, Dio?

Quando finalmente ci sarà l’incontro con Giuliana, si accorgerà che tutto è cambiato e che nulla potrà più tornare come prima: “Non c’è più nulla da fare. Non ti posso seguire. Non mi è permesso.

Oltre un certo confine anche la musica non può andare. Là regna sovrano e intangibile il mistero, dove nemmeno alla morte è concesso di entrare. Ma il viaggio non è stato inutile. L’uomo ha ritrovato se stesso. Può proseguire il cammino da solo, ma non più in solitudine.

Nella foto: lo scrittore e saggista Bartolomeo Di Monaco (fonte: www.progettobabele.it)

aprile 23, 2010

L’intervista di Marco Scolesi per il settimanale “La Riviera”

Filed under: Uncategorized — achillemaccapani @ 10:00 pm

Oggi il settimanale “La Riviera” ha pubblicato una lunga intervista a cura di Marco Scolesi, dedicata al mio nuovo romanzo. Mi sembra doveroso allegare il file pdf per consentire un ulteriore approfondimento, relativo ai temi trattati da “Bacchetta in levare“.
La Riviera 23.04.2010

Nella foto: Andrea Moggio, direttore del settimanale “La Riviera”.

Pubblicato il romanzo!

Filed under: Uncategorized — achillemaccapani @ 9:45 pm

Bacchetta in levare“, il mio nuovo romanzo, è stato finalmente diffuso sul territorio nazionale.
Ecco dunque i links per poterlo acquistare on line:
Ibs;
Libreria Universitaria.

aprile 7, 2010

“Bacchetta in levare”: notizie e aggiornamenti

Filed under: Uncategorized — achillemaccapani @ 11:34 am

Sono stato informato dalla Marco Valerio editore che, a seguito della fase di completamento della rilegatura delle copie, la diffusione del romanzo “Bacchetta in levare” prenderà avvio dai prossimi giorni. Comunque, come indicato nel link precedente, il romanzo è già ordinabile su Ibs.
Inoltre è prevista una presentazione del romanzo a Imperia, in occasione della 9° edizione della fiera del libro, alle ore 18.30 di venerdì 28 maggio 2010, presso il Bar Maurizio & Charlie (Via XX Settembre); a tale incontro parteciperà Luisella Berrino, giornalista e conduttrice di Radio Montecarlo, che ringrazio cordialmente sin d’ora.

aprile 5, 2010

La genesi di “Bacchetta in levare” (7° e ultima puntata)

Filed under: Uncategorized — achillemaccapani @ 12:00 am

Verso la metà del 2009, su stimolo di Marino Magliani, ero entrato a far parte della redazione del blog letterario “La poesia e lo spirito”. Prima di esserne ammesso, avevo inviato due articoli, regolarmente pubblicati, e che erano piaciuti al direttore Fabrizio Centofanti. Proprio a don Fabrizio, che è anche parroco dalle parti di Trastevere, mi permisi di sottoporre Bacchetta in levare. Gli piacque a tal punto da propormi di pubblicarne il prologo. Ero indeciso se accettare, temevo che in tal modo un pezzo di fattore inedito sarebbe scomparso, ma decisi di rischiare.

Il prologo uscì sul blog, intitolato: “L’ultima recita”. E per qualche settimana non riscontrai alcun commento. Poi, improvvisamente, fu ancora Marino Magliani (che nel frattempo aveva letto e apprezzato questo romanzo durante l’estate) a contattarmi, e a segnalarmi che si era sentito con Bartolomeo Di Monaco, al quale – nel frattempo – era piaciuto il romanzo Confessioni di un evirato cantore, fresco di pubblicazione con Frilli, al punto tale da recensirlo su alcune web riviste letterarie. La sua email fu sintetica, ma precisa: mi suggeriva di sottoporre il romanzo a Marco Valerio editore.  Lo ascoltai, e dopo pochi giorni inviai la busta con il dattiloscritto all’editore torinese.

Dopo appena una decina di giorni (era la fine di novembre del 2009), ricevetti sul telefono cellulare una chiamata. Era la Marco Valerio editore che mi comunicava di aver gradito la ricezione di Bacchetta in levare, proponendomi la pubblicazione nella loro collana I Faggi. Dopo una breve trattativa telefonica, ho deciso di accettare la loro proposta.

Poi è seguita la solita trafila che precede la pubblicazione: il contratto editoriale, la correzione delle bozze inframezzata dai dubbi ulteriori sulla struttura e sulle parti inutili da eliminare, per responsabilità ulteriore verso il lettore. Dopo due anni di distacco effettivo dalla fine della stesura, ero riuscito ad essere un po’ più obiettivo verso me stesso, e devo ammettere di essere ancora soddisfatto del risultato finale, pur rendendomi conto che spesso c’erano ripetizioni di troppo, piccoli particolari da perfezionare: approfittai dell’occasione delle bozze per intervenire con un certo grado di preoccupazione e scrupolo.

Poteva sembrare un eccesso di zelo, per me non lo era. Il rispetto profondo che provo per il lettore che sceglie di dividere qualche ora del suo tempo per leggere un mio romanzo mi responsabilizza, e mi spinge a migliorarlo il più possibile. Fin dove mi è possibile.

Credo anzi sia proprio il caso di soffermarmi su questi ulteriori tagli, su questo editing finale. All’editore, preciso, il testo era piaciuto così come lo avevo spedito, anche perché era già stato pulito e riveduto diverse volte. Però… quando ho ricevuto la prima bozza, e ho iniziato a sfogliare le pagine del testo, una dopo l’altra, mi sono reso conto che qualcosa ancora non andava.

Ho chiesto quindi ad una copisteria in città di prepararmi una copia della bozza, rilegata come se fosse un libro. Non c’era la rilegatura filorefe, ma almeno potevo contare sull’effetto di avere il libro tra le mani, e verificare direttamente la potenziale reazione del lettore ipotetico.

Dopo un paio di giorni dalla richiesta, mi sono trovato la copia rilegata tra le mani. E ho cominciato a rileggere. In quel momento mi sono reso conto che c’era ancora qualcosa da tagliare. Mi riferisco ad una serie di divagazioni e ricordi dell’io narrante principale, che magari aggiungevano qualcosa di più alla ricostruzione della sua personalità, ma che nel contempo rischiavano di appesantire ulteriormente la struttura della narrazione. Potevo immaginarmi il lettore che avrebbe detto, tra sé e sé:

– Uffa, ma quando la finisce di raccontarmi dei funerali di Toscanini?

È vero, quella divagazione faceva parte del passato vissuto del protagonista, degli anni di gavetta come orchestrale alla Scala, vissuti negli anni Cinquanta, ma dovevo rendermi conto se ne valesse la pena. E questo è un primo esempio.

Un altro caso curioso. All’epoca della stesura, in un dialogo tra due personaggi si faceva riferimento, ad un certo punto, al regista australiano Baz Luhrmann, per il fatto che aveva saputo modernizzare Shakespeare, senza cambiare una parola del testo di Romeo e Giulietta. Ebbene, una scena chiave di questo romanzo è rappresentata, come dicevo prima, da Nimrod di Sir Edward Elgar.

Proprio nel mese di gennaio 2010, infatti, un canale televisivo (Sky Cinema 1) stava riproponendo l’ultimo film di Luhrmann, Australia. E casualmente di sono accorto che una scena chiave, sul finire di questo kolossal avventuroso, era sottolineata, anch’essa, dall’utilizzo di Nimrod!

C’è da considerare che la citazione di Luhrmann e l’utilizzo di Nimrod sono situate in due punti differenti, e tra loro distanti, del romanzo. Ma mentre per me Nimrod assumeva un significato strategico nella narrazione, anzi riveste una valenza strategica, perché costituisce l’elaborazione totale del lutto, e soprattutto l’uscita da questo tunnel periglioso che è la mente umana, la citazione non era indispensabile. Piuttosto poteva far sembrare un fattore di plagio, sia pure indiretto, quando il romanzo era stato scritto in epoca antecedente all’uscita nelle sale cinematografiche di Australia (16 gennaio 2009). Ho quindi deciso di togliere il riferimento a Luhrmann.

Tutto questo per spiegare che la fase di rilettura del dattiloscritto di un romanzo, quando si trasforma in bozza, in un potenziale libro, in un prodotto editoriale che sarà messo in vendita, a disposizione dei lettori potenziali, implica una serie di variabili e dinamiche, non spiegabili nel dettaglio, ma riassumibili in questo punto: di fronte all’imminenza dell’uscita, chi scrive deve sentirsi più autocritico verso se stesso, non può crogiolarsi pensando che il lavoro è finito, che si va dritti verso la pubblicazione, tutt’altro, si deve rivedere tutto con una preoccupazione di verifica, per rendersi conto di come il romanzo è impaginato, come cadono le pagine, come il flusso di narrazione si dispiega, come la tensione riesca a rimanere alta…

Avevo detto che non è facile spiegare questa fase in poche parole, è più un intervento di sostanza che di forma, perché ci si rende conto che, quando si impagina, si deve essere sicuri, o quantomeno consapevoli, del risultato finale. Insomma, una vera faticaccia. Che però non è affatto inutile.

Perché comunque tutta l’attesa trascorsa, prima della data fatidica della ricezione della prima bozza, mi aveva fatto maturare ulteriormente, e soprattutto mi aveva fatto comprendere una volta di più che un romanzo, se è veramente buono, prima o poi trova un buon editore. Basta saper aspettare e soprattutto saper dire no ai vari editori a pagamento, come ho fatto io, che ho respinto alcune proposte pervenutemi in tal senso anche da nomi insospettabili, ma che si sono rivelati una somma delusione.

Ora che la seconda bozza è stata licenziata, posso sentirmi decisamente più sereno. Immagino già che, dopo la ricezione delle prime copie, proverò una certa emozione, e magari mi pentirò di questo o quel passaggio espositivo. Ma ciò che conta per me, e per il romanzo Bacchetta in levare, è che finalmente la parola e il giudizio passi al lettore.

Sinceramente non credo di aver creato, con Bacchetta in levare, un prodotto narrativo innovativo, ma sono certo di aver provato a raccontare una storia capace di coinvolgere, commuovere e divertire il lettore. E forse anche provando a comunicare, dal foglio scritto, le emozioni di un dolore profondo che, pur derivante da una trama di finzione, sono comunque vere, vissute e condivise.

Ventimiglia, 21 marzo 2010

aprile 2, 2010

La genesi di “Bacchetta in levare” (6° puntata)

Filed under: Uncategorized — achillemaccapani @ 12:00 am

Sono andato avanti ad oltranza per giungere alla data fatidica del completamento della stesura: la notte tra venerdì 25 e sabato 26 maggio 2007. A questo punto, mi sembra utile raccontare perché preferisco, di solito, scrivere con la cuffia addosso, e soprattutto con la musica in sottofondo. Mi servo di un pc portatile, e il rumore dei tasti tende a disturbarmi il flusso di esposizione, così l’ascolto della musica tende a distaccarmi dai rumori fisici e materiali, anche da quelli ambientali circostanti.

In tal modo non mi accorgo del fatto che il tempo scorra, minuto dopo minuto. Ma sono immerso nella storia, e riesco ad andare avanti per quella parte di pagine che posso riuscire a scrivere. Ed è quello che accade solitamente, quando scrivo e mi butto dentro la narrazione, senza fermarmi, pur abituandomi a gestire il tempo di scrittura con una regolarità forse un po’ impiegatizia, perché – come giustamente evidenziano i vari manuali di scrittura creativa – se ci si abitua a scrivere con regolarità periodica, si riesce a mantenere il ritmo, e quindi anche a portare avanti un certo tipo di percorso. Come ho puntualmente cercato di fare.

Quella sera, invece, e mi riferisco all’ultima sera dedicata alla fase di stesura (per la precisione, all’epilogo, che a sua volta si compone di vari capitoli con la voce di diversi io narranti), il flusso del racconto si sviluppò con una naturalezza inusuale. Andai avanti ad oltranza, documentandomi sui vari luoghi, sulle ambientazioni, servendomi di Internet, ma cercando di immergermi sulle sensazioni che volevo comunicare.

Non mi resi conto, come al solito, del tempo che scorreva, ma riuscii a venire a capo, cercando di evitare il rischio dell’implosione, gestendo quindi tutti i fili espositivi, per dare compimento ai percorsi dell’intera storia.

Così, quando terminai di scrivere, provai una sensazione di sollievo, pur sapendo che la parte più difficile doveva ancora cominciare. 

Avevo infatti nella testa l’intento di partecipare al premio Alberto Falck. Lasciai sedimentare il romanzo per qualche settimana, dopodiché iniziai a correggere e rivedere il testo. Dopo un po’ di tempo, spedii il dattiloscritto a Milano.

Non seppi nulla per un bel po’ di mesi. Ma cominciai ad insospettirmi che le cose non stessero andando per il verso giusto. Mi domandavo se fosse dunque il caso di intraprendere un’altra strada, quando un giorno – era la fine del 2007 – ricevetti una lettera. Che proveniva da Palazzo al Bosco: un paio d’anni addietro, avevo infatti partecipato all’omonimo premio letterario, tra i pochi indipendenti esistenti in Italia, sottoponendo una precedente stesura di Confessioni di un evirato cantore.

Ma quell’anno la giuria aveva deciso di scartare tutti i romanzi che non fossero già riveduti con un editing strutturale, al punto tale che se ne salvò uno solo. Tuttavia concordarono di indire una nuova edizione, convocando i partecipanti già a loro noti, al fine di esaminare i nuovi romanzi, riservandosi di sottoporli ad un apposito editing, curato dal gruppo delle lettrici del dopocena.

A questo punto devo aprire una parentesi. E spiegare cos’è Palazzo al Bosco. Si tratta di una splendida tenuta sulle colline vicine a Firenze, dove vive e lavora la professoressa Giovanna Querci Favini, firma storica di Marsilio, e fondatrice di questo premio che, negli anni scorsi, ha lanciato diversi nomi nuovi della narrativa. Cito, ad esempio, il duo di giallisti savonesi Novelli e Zarini.

Ebbene, decisi di non spedire a Palazzo al Bosco l’Evirato, sul quale non avevo lavorato nuovamente, bensì Bacchetta in levare. E per non pensarci più di tanto, cominciai a fare nuove ricerche per riprendere in mano la stesura dell’Evirato.

Fino ad un pomeriggio di febbraio del 2008, quando ricevetti una telefonata da San Casciano. Era proprio la Querci Favini. Mi disse che si aspettava la revisione del romanzo storico, le risposi che in quel periodo lo stavo rivedendo, ma avevo preferito spedirle Bacchetta in levare. Mi propose di vederci a casa sua, tra qualche settimana, per sottopormi le proposte di editing elaborate dalla giuria. Solo in seguito ho scoperto che l’analisi del testo, come pure i tagli proposti, era stata effettuata proprio dalla presidente del premio.

Un venerdì di aprile 2008, in viaggio verso Firenze. Sereno e nel contempo curioso di sapere cosa stesse accadendo. L’incontro era previsto il sabato pomeriggio, ma avevo scelto di arrivare il giorno prima, così da poter tornare eventualmente prima a Ventimiglia. Il risultato fu una breve gita nel centro di Firenze la mattina di sabato, mentre aspettai le quattro del pomeriggio per essere ricevuto dalla professoressa Querci Favini.

Mi colpì la sua cortesia, la sua grande disponibilità umana nel volermi sottoporre tutte le correzioni necessarie, non mi nascose il fatto che questo romanzo le fosse piaciuto, e che avrebbe gradito un suo approdo alla pubblicazione.

Parole positive per me, ma che non sapevo se si sarebbero trasformate in realtà. Mentre sfogliava le varie pagine, e mostrava i punti inutili da sfrondare, tutti segnati a matita, si lasciò sfuggire che al termine di un capitolo, quello del primo movimento della sinfonia, si era lasciata scappare, a fine pagina, la seguente scritta: “Bello!”. Sospirai con un po’ di emozione, mentre la professoressa mi disse che il romanzo le era veramente piaciuto.

Restammo d’accordo che mi sarei messo all’opera per procedere alle correzioni e a rispedire il dattiloscritto nel giro di un mese o due. Ci salutammo cordialmente. Il viaggio di ritorno fu estremamente rapido, forse a causa delle sensazioni positive che avevo provato in quell’occasione.

Terminata dunque la revisione del romanzo, lo rispedii nuovamente presso il Palazzo al Bosco. Poi mi immersi nuovamente nella ristesura di Confessioni di un evirato cantore, anche perché nel frattempo le ricerche dedicate al reperimento di materiali storiografici si erano rivelate fruttuose, al punto tale da spingermi ad arricchire ulteriormente la struttura della trama. In questo modo il 2008 volò via senza particolari problemi.

Nel frattempo avevo saputo che il premio Falck era stato assegnato ad un altro autore. Considerato che a quel premio letterario avevano partecipato oltre 300 autori con altrettanti romanzi inediti, pensai che la concorrenza era stata molto elevata, e che forse dovevo lavorare ulteriormente per migliorare il romanzo.

Ma quello era il periodo per migliorare l’Evirato, e dare il massimo di me stesso. Sentivo che dovevo ottenere di più da me stesso, e soprattutto fornire al lettore un gran numero di sorprese, effetti speciali, servendomi della fantasia, dello stile di scrittura, e di una buona capacità di gestire la pagina scritta.

Insomma, non mi scoraggiai.

Ma all’inizio del 2009 giunse per me una notizia sorprendente: l’edizione 2007/2008 del premio Palazzo al Bosco non aveva ottenuto un vincitore. La giuria, di fronte ai cinque romanzi ammessi in finale, non aveva trovato un titolo meritevole per la vittoria, e per la pubblicazione a cura di Marsilio. Mi spiegò tutto, con una lunga telefonata, ancora la professoressa Querci Favini, la quale fornì un elenco di case editrici e dei loro referenti editoriali, presso i quali avrei potuto spedire il dattiloscritto di Bacchetta in levare. Mi disse anche che si era battuta in difesa del mio romanzo, ma che all’interno della giuria c’erano opinioni divergenti, soprattutto per il problema di rintracciare un prodotto “vendibile”.  

Non ho mai saputo cosa sia realmente accaduto in quell’occasione, ma credo che una spaccatura tra i giurati sia stata determinata dal fatto che, da alcuni anni, a vincere il Premio erano puntualmente romanzi gialli o di impronta noiristica, e che la presidente avrebbe voluto cercare qualcosa di diverso, scontrandosi in tal modo (ma questa è solo un’ipotesi) con il rappresentante di Marsilio nella giuria (Cesare De Michelis). Un fatto vero e concreto era stato determinato dalla scelta di non designare nessuno dei romanzi finalisti per l’assegnazione del Premio.

Eppure la professoressa Querci Favini non smise tuttavia di incoraggiarmi, di dire che potevo farcela, che il mio romanzo meritava di essere pubblicato, e che non dovevo arrendermi. Anzi, mi ribadì che meritavo la pubblicazione, e che era assurdo il fatto che questo romanzo dovesse restare inedito.

Così, sulla scia di questo incoraggiamento, provai a prendere contatti con i vari editori. E spedii altre copie del romanzo, munite di una lettera in cui specificavo che il romanzo era stato finalista al premio Palazzo al Bosco, alle più importanti case editrici nazionali, ad eccezione di Mondadori, perché mi era stato chiesto dalla segreteria letteraria dell’editore di Segrate di aspettare qualche mese, dopo aver smaltito una serie di titoli in esame. Poi attesi un certo numero di mesi, due, tre, quattro.

Tuttavia, a parte un’email di Bompiani, nella quale mi veniva comunicato che il romanzo non rientrava nelle loro linee editoriali, non ricevetti altre risposte. Eppure, anche in quell’occasione, cercai di non scoraggiarmi. Anche perché durante la primavera del 2009 avevo fatto pervenire una copia del romanzo allo scrittore Marino Magliani, al quale il romanzo era piaciuto.

aprile 1, 2010

La genesi di “Bacchetta in levare” (5° puntata)

Filed under: Uncategorized — achillemaccapani @ 12:00 am

Durante questo periodo di lavorazione, non ho lavorato da solo. A mano a mano che procedevo nella stesura, sottoponevo le varie parti del romanzo ad un amico libraio. Marco (questo è il suo nome) viene, come me, dalla Lombardia, è milanese di origine, pure lui si è sposato con una giovane di Ventimiglia, e gestisce con lei una delle quattro librerie della città. È stato lui che, in passato, mi aveva fatto scoprire i vari autori della recente narrativa italiana, dal già citato Genna ai Wu Ming, da Parazzoli a Petrella. In pratica, Marco è diventato il mio editor di fiducia. Mi diceva come e dove non funzionava questa o quella parte, mi suggeriva in che modo cambiarla.

All’inizio, tendevo ad irrigidirmi, forse per il fatto di non riuscire ad accettare fino in fondo un’opinione diversa dalla mia. Poi mi rendevo conto che dovevo assimilare e capire quella visione, che era indispensabile per provare a staccarmi dall’effetto di affezione che un autore prova per il proprio manoscritto, lo difende come se fosse il figlio più piccolo, non vuole rovinarlo, teme che glielo smontino e lo stravolgano rispetto a quelle che erano le intenzioni originarie. Il rapporto tra l’autore e l’editor è fondamentale, e si rivela utile solo se l’autore accetta di mettersi in discussione, e vuole mettersi di fronte ad una realtà diversa rispetto alla sua individualità, al suo ego, alla sua sensibilità, che risulterà pur sempre utile per produrre, scrivere, elaborare, ma che deve trovare un punto di mediazione con un’altra angolazione, un altro sguardo, un’altra capacità di analisi, quale è quella dell’editor, se vorrà sperare nella possibilità di trasformare una stesura grezza, piena di buoni spunti, in un romanzo vero e proprio che possa funzionare e coinvolgere veramente il lettore.

Il lavoro svolto insieme, pur nella diversità dei ruoli, si è rivelato fondamentale. Marco capiva benissimo cosa avevo nella testa, cercava di stimolarmi, suggeriva testi e libri diversi, mi dava indicazioni, sapeva evidentemente che potevo alzare l’asticella qualche centimetro in più, come nella disciplina del salto in alto. Era tutto un lavoro di testa, uno sforzo cerebrale, una sorta di dimagrimento psicofisico.

D’altronde, se volevo cercare di realizzare un romanzo diverso, rispetto ai precedenti, e soprattutto di dimostrare che questo romanzo potesse rappresentare un potenziale esempio di narrativa di sperimentazione, dovevo essere onesto con me stesso e col lettore, far vedere che, pur trattandosi di un prodotto di finzione, era comunque un racconto verosimile, che avesse elementi di realtà, di concretezza, di vicinanza al presente, alla quotidianità di un’epoca storica e sociale in bilico tra la frenesia delle tecnologie della comunicazione multimediale, e non ancora travolte dal web 2.0 e dai social network (la storia si sviluppa tra il 2002 e il 2005), e il ricordo dei decenni anteriori della storia italiana dagli anni Cinquanta in poi, con tutti i vari alti e bassi che si sono susseguiti (il Sessantotto, le lotte sindacali, gli anni di piombo, Mani pulite, ecc.).

La fase dell’editing, sviluppatasi parallelamente alla stesura del romanzo, si è trasformata in un confronto continuo, nella ricerca di trovare nuove soluzioni alla narrazione. Momenti di sviluppo che, nella prima elaborazione, erano più elaborate, si sono concentrate in una manciata di righe, quasi con un taglio più cinematografico.

All’inizio, quando mi sono ritrovato a leggere i tagli ulteriori e le correzioni, mi domandavo se ne valesse la pena, ma poi notavo che filava meglio il tutto, era più fluido. Forse non mi rendevo conto di essere eccessivamente fluviale nella scrittura, che tendevo a scrivere troppo, ad essere troppo dettagliato nel raccontare, a mettere tanti particolari, non sempre utili, rischiando così di rallentare la narrazione.

Certo, Abraham Yehoshua fa bene a dire che lo scrittore non deve farsi prendere dalla fretta nel raccontare, e a godersi le fasi di stesura col giusto tempo. Ma è anche vero che l’eccesso di dilatazione rischia di appesantire il racconto, l’esposizione, e di stancare il lettore. Già rispetto a pochi lustri addietro, i gusti dei lettori sono cambiati: siamo troppo frenetici, vogliamo andare al dunque, capire cosa stia accadendo, forse Ellroy ha influenzato troppo, e in peggio, ogni tanto penso tra me e me. E mi trovo a giudicare vecchio perfino un capolavoro come Doctor Faustus, solo perché il gusto contemporaneo è diverso rispetto all’epoca di pubblicazione del romanzo di Thomas Mann, pur sapendo di sbagliare.

Ma nel contempo dovevo fare i conti col fatto che il protagonista principale era un uomo settantenne, con i suoi pensieri, le sue nevrosi, i suoi tic, le sue angosce, il suo mondo andato in frantumi in una camera di ospedale, di fronte a un dramma che ha travolto la sua esistenza. E con le emozioni che in modo indiretto avevo provato io stesso, e che si sono travasate dentro questo romanzo. Per fortuna, Marco mi ha guidato con una passione e un’energia impensabile. E meno male che ho potuto contare su di lui.

C’è un altro aspetto sul quale vorrei soffermarmi, a questo punto: la questione annosa dell’ispirazione. Forse anche grazie all’esperienza giornalistica maturata negli anni giovanili, mi sono reso conto ben presto del fatto che l’ispirazione non è una variabile che va e che viene, indispensabile per cominciare a scrivere.

Mi ricordo, una sera di tanti anni fa, a Inzago; discutevamo, io e alcuni amici, sulla scrittura, sugli articoli da completare, e domandavo a Pigi Colognesi come riuscisse a mantenere un ritmo di produzione elevato. Mi rispose che, volente e nolente, doveva mettersi a scrivere. Senza rinviare a chissà quando, ma concentrarsi e partire. Non c’erano alternative. Quando ti sono imposte precise scadenze, non puoi fermarti. Vai e basta.

Ora non dico che questa regola sia altrettanto vera per i romanzi o i racconti. Ma è vero che se non ci si impone proprie regole, metodi di lavoro, mantenendo un certo tipo di ritmo operativo, si rischia di perdere il ritmo, la cadenzialità necessaria per seguire un determinato percorso intrapreso. Personalmente devo fare i conti con un duplice fattore: il lavoro vero, da una parte, e la vita familiare, dall’altra.

Così devo organizzarmi.

Ottimizzare il tempo.

Concentrare la scrittura in un periodo fisso della giornata, quello della tarda serata fino all’una di notte, non oltre (a meno che non mi trovi ad affrontare una scena chiave).

Col tempo, e soprattutto con l’esperienza, ho imparato a rendermi conto che la componente dell’ispirazione si riduce sempre di più, a beneficio di un lungo lavoro di artigianato, di tecnica della scrittura, soprattutto per ciò che riguarda l’affinamento della pagina, del testo, sia sul piano della fruibilità sia su quello dell’impatto che deve provocare sul lettore. Non è facile spiegare questo concetto con rapidità e con dovizia di particolari, ma è un fatto di esperienza diretta. E che si matura e si comprende rileggendo lo stesso testo, dopo un lungo periodo di distacco temporale. Aiuta molto, sul serio. Rende l’autore più autocritico di prima, più responsabile e soprattutto più consapevole.

marzo 30, 2010

La genesi di “Bacchetta in levare” (4° puntata)

Filed under: Uncategorized — achillemaccapani @ 12:00 am

Era proprio una sensazione strana, quella di coniugare l’entroterra ligure di confine con la musica di Anton Bruckner. Eppure, quando mi svegliavo di prima mattina nella casa di Brunetti, al suono del canto del gallo, provavo una strana sensazione: quella di non trovarmi in Liguria, ma in un luogo di pace, tra le colline bavaresi o quelle svizzere che avevo ammirato più di una volta nei documentari televisivi durante gli anni dell’infanzia.
Una sensazione che, senza saperlo, animava pure l’inizio di un film del regista Luca Guadagnino, risalente al 2004, Cuoco contadino: l’inizio, un campo lungo che mostrava l’alba dell’estremo ponente ligure, e il mare in estrema lontananza, visto da una collina di Castelvittorio, un altro paese d’entroterra situato a 420 metri d’altitudine, e come colonna sonora il preludio all’atto primo del Tristan und Isolde di Richard Wagner.
Ecco, il fatto di identificare questi luoghi dotati di una bellezza unica, tale da far mozzare il fiato al turista, al visitatore, a chi come me era abituato al massimo a conoscere la pineta del bosco della Mesola, e quegli scenari devastanti di paesaggi urbani fatti di condomini per le vacanze, totalmente deserti durante l’inverno, e il mare Adriatico, con tutte quelle mucillaggini antipatiche fino all’inverosimile, rappresentava una sorpresa notevole, la scoperta di un mondo completamente diverso. Anzi, di una realtà territoriale decisamente meno degradata rispetto a quella in cui avevo vissuto fino ai miei primi anni di lavoro.
Durante quel lungo periodo, dicevo, la scaletta non esisteva. Anzi, la scaletta era la partitura. E con essa tutte le sensazioni, gli stimoli che derivavano da un ascolto ripetuto di tutti i passaggi e tutta la struttura di ciascun movimento della sinfonia. Per me era fondamentale sviluppare la parte terza, anche per un altro motivo.
Nei mesi precedenti, ero rimasto affascinato dalla lettura di un romanzo di Marino Magliani, Il collezionista di tempo. E da una tecnica letteraria per me inusuale: quella delle citazioni anticipate, in corso di narrazione, della parte conclusiva.
Mi spiego meglio: tutto il flusso della trama comprendeva, in vari punti strategici, una serie di citazioni di estratti della sezione conclusiva, costituita da un racconto autonomo e disgiunto, L’architettura del molo di Porto Maurizio. In altri termini, durante lo sviluppo della narrazione, nei momenti più inaspettati balzavano fuori brandelli di una storia che non c’entrava proprio nulla, piccole schegge di qualcosa che ancora doveva arrivare all’attenzione del lettore.
In questo caso, invece, avevo pensato di sfruttare questo espediente in modo diverso: anticipando, cioè, le sensazioni e le emozioni che proverà l’io narrante quando si troverà davvero di fronte ad un’orchestra a dirigere quella sinfonia. Con una diversità di fondo: questo sdoppiamento non si verifica quando Liverani lascia la Liguria e si reca in Svizzera, ma proprio durante il periodo in cui il protagonista vive nell’entroterra di ponente, perché quei luoghi dovrebbero permettergli di isolarsi da tutto, dal mondo circostante, e dunque anche dalla musica, solo che invece quando osserva le montagne del Grammondo sente di lontano l’eco dei corni, e poi il dispiegarsi soave degli archi durante il Trio dello Scherzo, tanto per fare un esempio.
Tutto questo, insomma, per spiegare che l’elaborazione della parte terza era quantomai strategica, proprio per dover poi scegliere i frammenti giusti da inserire nelle fasi necessarie del flusso narrativo, ma quella era un’operazione da compiersi ex-post, inserendo dunque i brandelli di quello che sarebbe accaduto nella fase espositiva antecedente.
Ma prima di mettermi al lavoro per rivedere la prima parte, quella interamente ambientata nell’entroterra di ponente, ci sono voluti oltre tre mesi per completare la parte terza, perché non si trattava di un compito per me facile. Ovviamente, per tre mesi intendo dire il tempo complessivo, riferito però alla fascia notturna disponibile, visto che la mia prima vita è pur sempre quella lavorativa. Eppure ero consapevole dell’idea di sperimentare qualcosa di nuovo, di diverso, almeno per me.
L’intento era quello di emozionare il lettore, di renderlo partecipe attraverso una storia inventata, un prodotto di finzione, ma che suonasse come verosimile, e che potesse comunicare emozioni, gioie, dolori, sorprese. Alla fine il coinvolgimento emotivo era diventato per me fondamentale, perché credevo sempre di più in questa strana storia, del tutto diversa rispetto a quelle precedentemente affrontate.
Solo dopo aver completato i raccordi tra la prima e la terza parte, mi resi conto che mancava ancora un tassello decisivo per la struttura del romanzo: il bis ideale per il concerto. Avevo un’idea, a pensarci bene, ma volevo svilupparla nel modo giusto. Così avevo messo i germi preparatori già durante la seconda parte. Ero rimasto infatti affascinato dal dvd del concerto a Ramallah della West Eastern Divan Orchestra, una formazione composta da giovani musicisti ebrei, palestinesi, marocchini, egiziani e andalusi, diretti da Daniel Barenboim.
Quella sera di agosto del 2005, davanti alle telecamere di Arte, alla presenza della vedova del docente universitario palestinese, e grande amico di Barenboim, Edward Said, la scelta di concludere quello strano e irripetibile concerto era stata quella di proporre come bis un estratto dalle Enigma Variations di Sir Edward Elgar, Nimrod. Un brano dalla dolcezza sconfinata, un segno di riconciliazione tra l’umano e l’eterno che c’è in ognuno di noi. E mi aveva profondamente colpito il fatto di vedere Barenboim dirigere a mani nude, interamente immerso nella gioia di fare musica, pur nonostante le innumerevoli difficoltà organizzative per far arrivare i musicisti israeliani da Tel Aviv a Ramallah. Dissi a me stesso: se ci deve essere un bis, l’ho trovato. Cercai la partitura delle Enigma Variations, e mi immersi a studiare Nimrod.
Erano settimane febbrili, quelle. Mi trovavo a raccontare il non raccontabile. A lasciarmi trascinare dal flusso della musica e a metterlo su carta, come se tutto quello sviluppo musicale avesse realmente un senso narrativo. Mi sembrava una follia. Lo era, eccome. Ma volevo provarci. Non era certo mia intenzione cadere nella banalità. Volevo invece fare qualcosa di diverso, spremere me stesso il più possibile per raccontare una storia diversa. Mi domandavo perché non fosse possibile per me tentare qualcosa di nuovo. Di sicuro non avrei inventato nulla, perché tutto era già stato inventato: la narrazione a più voci, era vecchia come la favola dell’uovo e della gallina, l’aveva sperimentata per primo Faulkner. E poi c’erano già pagine della narrativa internazionale ispirate dalla musica: non solo Tolstoj e la sua Sonata a Kreutzer, ma anche e soprattutto Thomas Mann col Dottor Faustus.
Eppure volevo provarci, sulla base della mia sensibilità, anche maturata attraverso la lettura dei romanzi sopracitati, come pure di altre opere di narrativa che mi avevano guidato durante quel periodo intenso; mi riferisco in particolare a Medium, un romanzo di Giuseppe Genna pubblicato soltanto on line, e ispirato alla vicenda della morte di suo padre, lì ho trovato una serie di echi e indicazioni sull’elaborazione del lutto, sulla percezione del senso della morte, che mi sono serviti non poco per provare ad impostare una linea di lavoro.

marzo 27, 2010

La genesi di “Bacchetta in levare” (3° puntata)

Filed under: Uncategorized — achillemaccapani @ 1:00 am

Durante la stesura del romanzo, avevo in mente l’idea di raccontare la fase cruciale dell’esistenza di un uomo che aveva visto scorrere le tappe fondamentali della storia italiana, passando dagli anni Cinquanta della Scala di Visconti, De Sabata, Giulini e Karajan, e che non si era reso conto di trovarsi, unico testimone, dentro un’altra epoca, fatta di multimedialità, email, telecamere digitali, pay tv, e tante di quelle diavolerie che, nel periodo della narrazione (tra il 2004 e il 2005), si erano già affermate, ma non ancora in quel modo dirompente come adesso (mi riferisco, ad esempio, a quella diavoleria che è il Digital Concert Hall, creato dall’Orchestra Filarmonica di Berlino, e che permette a chiunque, con un pc ultimo modello collegato a Internet, di abbonarsi ad una stagione sinfonica e di vedersi tutti i concerti a casa).
Volevo provare a mostrare – attraverso la personalità di un uomo affascinante, che aveva vissuto profondamente queste epoche, susseguitesi una dopo l’altra – il mondo contemporaneo, fatto di tante, troppe precarietà, troppe solitudini, troppe variabili dipendenti tra loro.
Mi ero dunque reso conto che la trama si stava sviluppando in modo coinvolgente nella fase in cui la scaletta si era resa sempre più stringata. Mentre la prima parte era decisamente più dettagliata, ed ero riuscito a svilupparla con maggiore dovizia, salvo poi accorgermi (poi dirò come) che avevo un po’ esagerato, in quella successiva mi ero trovato con le briglie più sciolte, al punto tale dal decidere di divertirmi nel dare voce a più io narranti. È vero, questa tecnica era già stata utilizzata nel romanzo Confessioni di un evirato cantore, anche se la stesura di Bacchetta in levare era stata completata prima: ma l’idea che avevo in mente era quella di creare la coralità dell’azione, di far vedere uno stesso episodio da più visuali, quasi contemporanee tra loro, un po’ come avviene in un film, il flusso si sviluppa, va avanti, e di volta in volta interagiscono i vari personaggi.
Mi piaceva l’idea di una trama in movimento, dove non ci dovesse essere la solita narrazione in terza persona, bensì una selva di vari soggetti che, uno dopo l’altro, saltano fuori sulla scena, e si trovano coinvolti nel percorso della storia. Un po’ come durante una ripresa cinematografica o televisiva fatta in diretta, quando prima c’è una telecamera in funzione, poi un’altra ancora, e così via, con la differenza che qui c’era solo il fatidico e maledetto foglio di carta, o meglio, lo schermo bianco del pc portatile. Non disponevo di consigli per la scrittura, di manuali vari, a parte le solite letture fatte a spizzichi e bocconi, tra una pausa e l’altra della vita familiare. Però sentivo il desiderio di sperimentare qualcosa di diverso e nuovo. Ma ero consapevole che la parte più difficile doveva ancora arrivare: la terza parte.
Mi ero messo in testa, pazzo come un cavallo, l’idea di raccontare dal di dentro l’evoluzione di un concerto sinfonico. Sì, di tutto quello che accade quando il direttore d’orchestra entra sulla scena, sale sul podio, e inizia a dirigere. Un rituale, in apparenza, sempre uguale. Ma che ogni volta è diverso, affascina. E crea una tensione difficile da descrivere, da rendere su carta, da immortalare. Avevo un precedente, in proposito, nella recente narrativa italiana: Hotel Borg, il romanzo di Nicola Lecca, che puntualmente avevo divorato, curioso di verificare come diavolo fosse riuscito a cimentarsi nella storia affascinante di un direttore d’orchestra, Alexander Norberg, che decide di tenere un ultimo concerto con i Berliner Philharmoniker dedicato allo Stabat Mater di Pergolesi, in una piccola chiesa di Reykjavik. Ebbene, quando mi sono accorto che nel momento fatidico, in quel maledetto momento, il narratore cede il passo, e non prova a descrivere la musica, ma si limita a riproporre il testo di Jacopone da Todi, mi sono sentito male. E mi sono detto che quella era un’occasione perduta.
Insomma, il fatto di raccontare l’evoluzione di un concerto, attraverso l’io narrante del direttore, rappresentava per me una grande possibilità. Oserei dire anche: irrinunciabile. Ma non sapevo come e in che modo uscirne fuori.
Ho dunque interrotto la lavorazione del romanzo. E ho ripreso a leggere: stavolta nessun romanzo, bensì un manuale di direzione d’orchestra (quello di Hermann Scherchen) e uno di teoria musicale. Insomma, ho ricominciato a studiare musica. Poi, dato che avevo già individuato la struttura del programma del concerto ipotetico del protagonista, ho iniziato a cercare la partitura giusta della sinfonia n. 8 di Anton Bruckner. Solo che… non sapevo che Leopold Nowak avesse realizzato due edizioni critiche della stessa sinfonia, basate però su altrettante stesure.
All’inizio, infatti, avevo ordinato presso l’editore tedesco Schott l’edizione sbagliata. Me ne sono accorto tuttavia dopo aver esaminato la partitura orchestrale, passo dopo passo, essendomi reso conto che diverse parti strumentali erano profondamente diverse, rispetto a come suonavano nei file audio della revisione prescelta, quella del 1890. Ho dunque ordinato l’altra partitura, rivelatasi quella giusta. Poi, non contento, ho fotocopiato la partitura tascabile in un formato di carta A4, provando ad identificare le varie pagine in coincidenza con i relativi minutaggi.
Mi sono immerso dunque in un linguaggio, in una scrittura diversa dalle solite. Quella delle partiture sinfoniche, fatta di righi musicali che vanno avanti insieme e creano un unico flusso sonoro, quello dell’orchestra. Una scrittura strana, fatta di saliscendi, pause, flussi nervosi che fanno capire quanta sofferenza ci fosse dietro quelle pagine intense, tese, estreme fino allo spasimo, che non aveva nulla a che vedere con quella narrativa, eppure mi affascinava, mi colpiva, e a mano a mano che leggevo le pagine della sinfonia, mi immergevo sempre di più nel dramma interiore di Enrico Liverani, come se fosse mio, come se io fossi Liverani, come se io fossi di fronte a questa orchestra di giovani musicisti in quella sala da concerto dall’acustica incredibilmente unica e perfetta. E mi sono reso conto, notte dopo notte, coinvolto nella fase preparatoria della stesura della parte terza, di quanta veridicità potesse esserci in una semplice trama di finzione.
Era molto strano, il modo di lavorare sviluppato in quel periodo. Dovevo infatti basarmi sulle sensazioni che si sprigionavano, oltre che dall’ascolto della musica, dalle dinamiche provenienti da tutti quei segni scritti, da tutte le sfumature concentrate nelle varie battute, una per una.
Il fatto di scandagliare l’intera partitura, per me che fino a quel periodo non avevo mai toccato una pagina di musica dai tempi in cui avevo provato, in età preadolescenziale, ad imparare a suonare il pianoforte, rappresentava una sfida immane. Ma era l’unico modo per cercare di entrare ulteriormente dentro la musica, per provare, non dico a capire, ma a cercare di afferrare anche una benché minima componente dei risvolti e dei flussi di comunicazione che il compositore intendeva esprimere all’atto della sua scrittura.
E, di conseguenza, di cercare di mutuare questi suoi gesti, questi suoi tic, queste sue estensioni della propria personalità, del proprio vissuto e del suo essere più intimo, coniugandole a mia volta all’immaginaria personalità del direttore d’orchestra, che vive la musica, la fa ricreare dal nulla, trasforma col suo gesto i segni della partitura in suoni vivi che vibrano nella sala da concerto, e crea una tensione vitale in grado di coinvolgere, emozionare, commuovere lo spettatore.
Durante quella strana fase di stesura, non potevo contare su una scaletta, ma sul lavoro tecnico sviluppato precedentemente, sull’analisi della partitura, che poi era di un profano come me, del tutto avulso dall’abitudine di maneggiare fascicoli complessi come quelli di sinfonie o poemi sinfonici. Come se non bastasse, avevo avuto il folle coraggio di ricominciare a leggere la musica, non partendo da qualcosa di apparentemente facile, come potrebbe sembrare, tanto per fare un esempio superficiale, una sinfonia di Haydn.
No, assolutamente! Avevo scelto di buttarmi su Bruckner, sulla sua sinfonia più complessa e nel contempo più appagante. Forse perché, inconsciamente, conoscevo quelle musiche dall’età dell’adolescenza, quando mi era capitato di ascoltare, per la prima volta alla radio, l’Ottava sinfonia durante un concerto a Salisburgo del 1975 con i Berliner Philharmoniker diretti da Herbert Von Karajan.
Quelle musiche mi erano rimaste nella testa, anche negli anni successivi. Al punto tale da sentirne l’eco, d’estate, quando camminavo lungo la strada di Brunetti. Di riconoscere questo o quel passaggio strumentale, identificandolo a questo o quello squarcio collinare.

marzo 26, 2010

“Confessioni di un evirato cantore”: l’analisi della rivista web “Libri e recensioni”

Filed under: Uncategorized — achillemaccapani @ 8:52 am

(Oggi la rivista web “Libri e recensioni” ha pubblicato un articolo interamente dedicato al mio romanzo “Confessioni di un evirato cantore”. Il punteggio ottenuto, di quattro stelle su cinque, non solo suscita un esito sorprendente. Unico punctum dolens, secondo me, il rilievo relativo a certe lentezze nella parte iniziale del romanzo: è vero, stiamo tendendo nella narrativa di questi ultimi anni, sempre più, ad una scrittura sintetica, densa, tranciante, ma credo che non ci si debba limitare ad una serie di parametri fissi per trovare il romanzo ideale; e forse, qualche volta, un momento di lentezza in più può servire alla narrazione. Specie se aiuta a focalizzare e mettere in luce i caratteri dei personaggi. Propongo pertanto di seguito la recensione di “Libri e recensioni”, scusandomi per il bisticcio di parole. A.M.)

Romanzo storico sulla vita di Luigi Marchesi, cantore milanese che visse tra la fine del 1700 e gli inizi del 1800.
Il libro esamina l’intera vita del protagonista, dalla fanciullezza fino all’età adulta, raccontandone i successi e i fallimenti, i dubbi, le riflessioni che lo portarono alla decisione di farsi evirare per non perdere quella voce che lo rendeva così speciale, le malinconie e l’amore, con le avventure di sesso ma anche con il forte sentimento che lo legò alla Cosway e che segnò la sua vita.
Il romanzo ci mostra il Marchesi ormai anziano che, sentendo avvicinarsi l’ora della morte, decide di confessare i suoi peccati e racconta così al parroco tutta la sua vita, mostrando al lettore uno spaccato della società dell’epoca davvero inaspettato.
Notevole il lavoro di ricerca e approfondimento fatto dall’autore, che si percepisce in ogni aspetto del romanzo: le parti puramente storiche sono ricostruite con grande precisione ma, nello stesso tempo, con scorrevolezza e senza appesantire eccessivamente la trama del romanzo. Gli aspetti musicali, con riferimenti alle opere e agli altri artisti, sono interessanti, ben scritti e, pagina dopo pagina, trasportano il lettore in quell’epoca remota, facendolo quasi assistere agli spettacoli di volta in volta narrati.
Ottimo stile di scrittura e grande proprietà di linguaggio, l’unico piccolo appunto che forse si può fare a questo libro, è quello di essere un po’ lento, soprattutto all’inizio, difetto però assolutamente trascurabile rispetto al valore ed ai contenuti di questo romanzo.

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