Achille Maccapani Blog

settembre 13, 2009

Com’è nato il nuovo romanzo (1° puntata)

Filed under: Uncategorized — achillemaccapani @ 9:19 pm

Durante i primi anni Settanta, accompagnavo mio padre, una volta alla settimana, presso un ospedale della provincia milanese: era quello di Inzago, il paese in cui mi trasferii con la famiglia qualche anno dopo. Così, mentre mio padre si chiudeva in ufficio a lavorare, io restavo nel grande salone di attesa, intento a fare i compiti di seconda media, mentre ogni tanto ammiravo una lapide in memoria del fondatore e degli altri benefattori di quell’ospedale. Tutti quei nomi mi erano sconosciuti.
Ma era quello del fondatore il nome che suscitava in me una maggiore curiosità. Di lui non esisteva un ritratto, un ricordo, niente che parlasse del suo passato. Un benefattore sconosciuto, o che forse voleva nascondere ai posteri il suo passato. Eppure la via di questo paese, diretta dalla piazza principale verso il ponte che lambisce il Naviglio Martesana, era anch’essa intitolata alla sua memoria.
Era, quello, un ospedale molto attivo. C’erano ricoveri, operazioni chirurgiche, perfino un reparto di ostetricia. Una piccola struttura modello per un paese di quasi ottomila abitanti, quasi un lusso, se si pensa che già operavano ospedali ben più grandi, a pochi chilometri di distanza, a Gorgonzola e Melzo.
Ogni tanto, di ritorno a casa, sentivo parlare della riforma sanitaria, del rischio di chiusura di alcuni reparti dell’ospedale. Intanto mi arrovellavo per sapere qualcosa di più sul fondatore.
Così, un giorno, quando ormai studiavo al liceo, mio padre portò a casa un fascicolo interamente fotocopiato: era il testamento con cui veniva indicata da quel benefattore sconosciuto la volontà di destinare tutti i suoi beni per la creazione di un ospedale. Lo presi e lo lessi: e scoprii, nonostante la difficile scrittura autografa di quell’atto notarile dei primi decenni dell’Ottocento, che quell’uomo, davvero, era un benestante con un passato alquanto denso, tanti erano gli amici, i conoscenti, alcuni perfino legati alla famiglia di Alessandro Manzoni, e tuttavia animato da mille e più indecisioni; molte, infatti, erano le correzioni, le aggiunte, le cancellazioni, quasi a significare che fino all’ultimo la sua volontà non era pienamente definita.
Eppure la sua identità ancora non mi era chiara.
Poi giunse la stagione dell’università: lasciatami alle spalle la maturità dopo la vittoria ai mondiali di Spagna dell’82, Pertini con la pipa in piedi a dire a Juan Carlos non ci prendete più, l’iscrizione a legge in statale, i primi esami da fare, i viaggi in pullman e metrò tutti i giorni. Un periodo volato via con fatica, tra lo studio e le letture. Fino alla tesi di laurea, terminata con inattesa rapidità.
Mentre ogni tanto riaffiorava in me il dubbio sull’identità di quel benefattore.
Ad un certo punto, era l’estate del 1988, mi mancavano ancora due esami da mettere sul libretto, e cominciavo ad avere la nausea di quelle materie aride e senza un briciolo di umano, avevo avuto la possibilità di prendere contatto con l’archivio della parrocchia di Inzago.
In quel periodo, assieme ad alcuni amici, avevo creato una piccola collana di libri di saggistica storica locale: volevamo ricostruire la storia del paese, attraverso semplici e consultabili monografie, non più di un centinaio di pagine, con largo spazio alle tradizioni locali e religiose. Avevamo trovato l’appoggio del presidente della cassa rurale e artigiana del paese. Sapevamo che c’era molto da raccontare sul passato di Inzago. Un altro gruppo giovanile, tra l’altro, aveva creato una sua collana di quaderni storici, stampati su ciclostile. Il mio gruppo, invece, voleva pubblicare piccoli libri, che potessero rimanere nelle biblioteche degli appassionati. Proprio in quel periodo stavamo mandando in stampa il primo libro della nostra collana, la storia parrocchiale del paese dal 1827 al 1903, firmato dal responsabile dell’archivio della parrocchia, già sindaco di Inzago dopo la Liberazione. Aveva lavorato per tutta la sua vita come maestro elementare, e lo chiamavano, dopo tanti anni che era in pensione, ancora “il maestro”. Ogni mattina presto, Massimo Leonardi partecipava alla messa feriale, dopodiché si recava con il suo solito passo pacato, raggomitolato nel suo cappotto nero e la sciarpa scura, verso gli uffici della parrocchia. E si metteva a catalogare i vecchi documenti e carte, a trascrivere a macchina i volumi del Liber Chronicus, regolarmente aggiornati dai vari parroci.
Durante quelle settimane, c’era un suo collaboratore, un altro pensionato, al quale il maestro Leonardi aveva affidato il compito di trascrivere a macchina uno strano documento del 1832: era il rapporto, scritto dal viceparroco del paese, nel quale raccontava le sue vicissitudini e le peripezie vissute per il fatto di essere stato nominato esecutore testamentario di quell’uomo. Aveva deciso, dopo molte titubanze, di raccontare come un fiume in piena tutti i fatti accaduti, con una capacità narrativa sorprendente, trovandosi nella necessità di sottoporre il suo operato alla curia vescovile di Milano. Doveva essere accaduto davvero qualcosa di grosso, in quel periodo, negli uffici della parrocchia. Lessi e rilessi quel documento. E mi resi conto che qualcosa di interessante stava iniziando ad emergere…
(continua)

Annunci
TrackBack URI

Blog su WordPress.com.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: