Achille Maccapani Blog

ottobre 11, 2009

L’intervista di Marino Magliani su Il sottoscritto

Filed under: Uncategorized — achillemaccapani @ 12:56 pm

copertina (solo prima)

(nei giorni scorsi è stata pubblicata un’intervista dello scrittore Marino Magliani, interamente dedicata al mio romanzo “Confessioni di un evirato cantore”, in versione ridotta sul settimanale “La Riviera” del 2 ottobre 2009, e in forma integrale sulla rivista web “Il sottoscritto” diretta da Gianni Bonina. Nel ringraziare Marino, nonchè Bonina e il direttore de “La Riviera” Andrea Moggio, colgo l’occasione per riprodurre il testo completo dell’intervista, che permetterà di mettere in luce le motivazioni principali che mi hanno spinto a scrivere questo romanzo. A.M.)

Sono passati poco più di due anni da Delitto all’Aquila nera, e ci riprovi col giallo?
Non è così. Delitto all’Aquila nera era un fantathriller, ambientato a Dolceacqua durante l’estate 2001, quella del G8, prima dell’11 settembre. Confessioni di un evirato cantore è un romanzo totalmente diverso. È un noir storico. Anzi, un noir ambientato tra il ‘700 e l’800, dove si mescolano vari ingredienti: i misteri esoterici, i vari sconvolgimenti politici, il clima febbrile che si respirava nei teatri operistici, il mutamento dei costumi…

Di che cosa tratta?
È la storia di un rimorso. Meglio, di tanti rimorsi accumulatisi nella vita del protagonista, un cantante lirico milanese divenuto ben presto famoso e richiesto dalle corti reali di tutta l’Europa, Torino, San Pietroburgo. Luigi Marchesi aveva una voce vellutata di soprano, era amato e riverito ovunque. Lo stesso Ugo Foscolo, nei Sepolcri e nella Lettera apologetica, lo aveva citato in senso negativo come caso di idolatria, per tutte le medaglie coniate in suo onore e vendute alle nobildonne tra una giocata e l’altra al casinò del teatro.

Una vicenda singolare, dunque.
Vero. Basti pensare che durante le sue peripezie si trovò addirittura a scampare ad un agguato a Napoli, per un futile motivo amoroso, riuscendo a farla franca: lo ricordò Mozart in una lettera a suo padre. E per lui la pittrice Maria Cosway, in piena epoca rivoluzionaria parigina, mollò il marito e la figlia ancora in fasce a Londra, precipitandosi a Venezia per dare inizio ad una lunga convivenza. Ma il colpo di scena fu il suo no secco a Napoleone: che decise, seduta stante, di esiliarlo nella sua villa di campagna, ai confini dell’Adda. E questa è solo una parte della trama intricata di questo romanzo…

Da dove scaturisce questa trama, una via di mezzo all’italiana tra Tom Jones e Barry Lyndon?
Da una serie di circostanze personali. Durante gli anni di infanzia, mio padre lavorava anche come segretario dell’Ipab Ospedale Luigi Marchesi di Inzago, un paese dell’hinterland milanese. Così, tra una pausa e l’altra dei compiti scolastici, avevo scoperto che in tutto l’immobile non c’era neppure un ritratto del fondatore. L’unico documento disponibile in archivio era il testamento: lo lessi e scoprii che il benefattore era un uomo molto tormentato, tante erano le cancellazioni, le postille e le rettifiche dettate al notaio. Ma doveva essere conosciuto a Milano, perché alcuni beneficiari delle sue piccole donazioni erano conoscenti di Alessandro Manzoni. Poi nel 1987, presso l’archivio della parrocchia di Inzago, ho trovato un quaderno del 1832: era il rapporto del viceparroco che raccontava con dovizia di particolari i problemi vissuti, perché era stato nominato esecutore testamentario proprio da Marchesi. Una nomina scandalosa, di cui don Francesco Zoja diede conto fornendo un gran numero di notizie. Sembrava quasi un romanzo, invece era tutto vero: quel rapporto doveva essere sottoposto addirittura alla curia arcivescovile di Milano!

E quindi?
Ho iniziato a fare un po’ di ricerche tra gli archivi milanesi. Avevo finito la tesi di laurea in legge, credevo di cavarmela con un paio di mesi, invece…

La ricerca si è allungata per quasi vent’anni?
Non proprio. Nell’89 scrissi un volumetto per una rivista parrocchiale, un saggio storico sulla vita di questo personaggio. Pur non essendo in vendita nelle librerie, questo volumetto è finito tra le mani di un dirigente della RAI di Milano: mi commissionò una sceneggiatura per un radiodramma. Nel frattempo mi ero laureato. Dovevo partire per il servizio militare, e lasciai perdere.

Fino a quando?
Fino al 2005, dopo la pubblicazione del mio primo romanzo, quando ho deciso di riesumare quel materiale. Mi sentivo finalmente libero di sciogliere quel nodo che avevo, senza sapere, dentro di me. E ho fatto altre ricerche.

Come?
Durante tutti questi anni, sono stati pubblicati in Italia e all’estero numerosi saggi storici, rivelatisi utili per l’elaborazione del romanzo. Anche le opere liriche in cui aveva cantato Marchesi, scritte da Cimarosa, Cherubini e Mayr, sono state pubblicate su cd o comunque erano reperibili. Ma devo ringraziare un grande regista cinematografico: James Ivory. Il suo film Jefferson in Paris aveva raccontato la controversa vicenda amorosa tra l’ambasciatore degli Stati Uniti in Francia Thomas Jefferson e la pittrice Maria Cosway…

Quella che poi si innamorò di Marchesi.
Certo, ma dopo che Jefferson lasciò definitivamente Parigi, essendo stato richiamato in America da George Washington. Lei mal sopportava il marito, dedito ad altri interessi. E si era invaghita di questo affascinante cantante, dai modi gentili e dall’abbigliamento eccentrico.

Quasi una rockstar dell’epoca.
Più o meno così. Era pagato molto bene. Sapeva gestire il denaro con oculatezza. Non giocava nelle bische, investiva i soldi nell’acquisto di case e terreni nel paese in cui aveva scelto di vivere, Inzago. Anche se gli piacevano parecchio le donne…

Una vicenda affascinante e intrigante, dunque…
E che si sviluppa tra Milano e le grandi capitali europee. Con molte scene di azione, colpi di scena, episodi documentati da epistolari, articoli di giornale dell’epoca, testimonianze sopravvissute alla sua decisione, prevista nel testamento, di distruggere tutto il suo archivio. C’è anche una parentesi a Genova, durante il periodo in cui la rivoluzione francese era sbarcata sotto la lanterna, e in quell’occasione Marchesi ebbe a che fare con un giovanissimo Niccolò Paganini.

Torniamo all’inizio. Perché questo romanzo è la storia di un rimorso?
Secondo me, quando ci si rende conto di avvicinarsi alla fine di un’esistenza, prima o poi si deve fare i conti con il giudizio finale. Quello temuto da Luigi Marchesi che trovò conforto nell’amicizia di un giovane sacerdote di campagna, decidendosi a compiere la scelta finale decisiva. Nonostante i numerosissimi ostacoli e i boicottaggi del parroco. Mi ha sempre affascinato la penultima scena del Don Giovanni di Mozart (che appare in un episodio decisivo del romanzo), dove il commendatore, riemerso dagli inferi, torna per portare via con sé il dissoluto donnaiolo e assassino che non vuole affatto pentirsi dei propri peccati. Echi di quest’opera, guardacaso, emergono tra le pagine del rapporto del prete.

Possibile che nessuno si sia mai occupato di questo ennesimo cantante castrato, vista la messe di libri e dischi dedicata ad altri personaggi similari?
È vero, sugli evirati, o castrati nel teatro d’opera, si è scritto parecchio: penso a Farinelli, a Senesino, a Carestini, ai quali hanno dedicato interi recital discografici. Luigi Marchesi, invece, non ha mai attirato l’attenzione dei discografici. Perfino Cecilia Bartoli, che esce tra poche settimane sul mercato con un cd dedicato ai castrati, non ha scelto neppure un’aria dalle opere del repertorio di Marchesi. Forse perché quei melodrammi non sono tornati del tutto in auge, a differenza di quelli di Haendel, nei teatri europei. E per il fatto che la stagione di Marchesi fu quasi contemporanea a quella di Mozart: quasi tutte le produzioni dei contemporanei del genio salisburghese furono spazzate via dai cartelloni dopo pochi anni, per fare posto a lui, com’è accaduto a Milano perfino durante gli anni della seconda e più lunga dominazione napoleonica.

Per molti anni ti sei misurato con questo personaggio particolare. Che impressione ti ha fatto?
Quella di un uomo solo. Alla ricerca del successo, del risultato sicuro, pronto a tutti i compromessi, pur di sfondare in società. Ma che, al momento delle scelte decisionali fondamentali per la sua vita, si è trovato più ad ascoltare il desiderio del facile denaro, che quello del risultato artistico. Non seguì Luigi Cherubini a Parigi, rovinò i rapporti con Lorenzo Da Ponte, e dunque con Mozart, non riuscì a dare un segno decisivo alla sua carriera teatrale. Guadagnò tantissimo, ma si rese conto che la felicità non era data dai soldi. Paradossalmente le scelte decisive, maturate inizialmente con i rapporti tenuti con la Cosway, si sono sviluppate lontano dalla sua città, ma in un paese di campagna, assistito da un giovane sacerdote che non sapeva nulla di lui, ma lo aveva accolto col desiderio di riavvicinarlo alla fede cattolica.

Hai altro in pentola?
Ho già terminato due romanzi, di generi diversi tra loro. Sto lavorando attorno a vari progetti e sto leggendo tantissimo. Sul comodino ho il Doctor Faustus di Mann, Gli emigrati di Sebald, Le variazioni Reinach di Filippo Tuena e Quando verrai di Laura Pugno. Peccato solo che le giornate durino appena 24 ore…

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