Achille Maccapani Blog

novembre 4, 2009

Bartolomeo Di Monaco alle prese con l’Evirato

Filed under: Uncategorized — achillemaccapani @ 9:32 pm

(Bartolomeo Di Monaco, lucchese doc, scrittore, commentatore, autore di varie guide sulla propria città, molto presente sulla rete con il proprio sito web, da alcuni anni sta seguendo il panorama della narrativa italiana, individuando nuovi percorsi, linee generali di sviluppo delle scritture in via di evoluzione nella Penisola. Tra l’altro, le sue recensioni, oltre ad apparire un po’ ovunque sul web, sono ospitate sulle riviste Internet “La Frusta letteraria” e “Parliamone”. Su quest’ultima verrà pubblicata il prossimo 11 novembre questa recensione, già uscita però nel sito di Bartolomeo. Mi risulta però che anche “La Frusta letteraria” dovrebbe riprendere lo stesso testo. A questo punto, c’è da chiedersi: ma cosa diavolo avrà rilevato Bartolomeo Di Monaco nell’Evirato? Ebbene, mi sembra opportuno proporre di seguito questa sua lettura analitica del mio romanzo, perchè credo che possa fornire ulteriori elementi di analisi e riflessione, utili sia per la prosecuzione di un cammino formativo di scrittura sia per stimolare ulteriormente i lettori. Ringrazio quindi Bartolomeo Di Monaco per la lettura/analisi/recensione che conferma, una volta di più, il fatto che la critica letteraria stia rivestendo sempre di più sul web una funzione rilevante, non sottovalutabile, e soprattutto che permetta ai lettori di conoscere una visione più ampia, e soprattutto non inscatolata nelle fatidiche duemila o tremila battute dattiloscritte (spazi compresi), se va bene, previste da questo o quel giornale. A.M.)
copertina (solo prima)
Confessioni di un evirato cantore”, Fratelli Frilli Editori, 2009.

L’autore, nato a Rho nel 1964, vive a Ventimiglia e appartiene a quella schiera di scrittori liguri maturati sulle terre di confine che hanno avuto a maestro Francesco Biamonti ed oggi anche Marino Magliani. Una folta e pregevole schiera. Al suo attivo i romanzi: “Taci e suona la chitarra” del 2005, vincitore della XXII edizione del premio letterario Città di Cava de’ Tirreni; e “Delitto all’Aquila nera”, 2007. Nel 1989 era uscito “Luigi Marchesi – Il sopranista pentito di Inzago (1754 – 1829)”, un saggio di circa 100 pagine che si limitava ad esporre il contenuto di una parte delle ricerche svolte sulla base del materiale raccolto, dando più spazio al racconto degli ultimi anni di vita del Marchesi, desunto dalla “relazione” di don Francesco Zoja.
Luigi Marchesi (“Ero uno degli uomini più ricchi di Milano”), detto “Marchesini”, è un anziano signore, veramente esistito, vicino ai settant’anni e dalla vita movimentata, che desidera riaccostarsi a Dio. Trova in un giovane sacerdote della parrocchia di Inzago, don Francesco Zoja, la persona con cui potersi aprire per riacquistare la fede. Così un giorno, frequentando la sua chiesa, lo avvicina e gli parla. Siamo ai primi dell’800.
L’autore introduce la storia con un prologo narrato da ciascuno dei due protagonisti: l’uno è Luigi Marchesi, l’altro il giovane sacerdote.
Dopodiché Luigi diverrà il vero protagonista attraverso una lunga serie di incontri nel confessionale con il sacerdote, durati “parecchi mesi”.
Si risale al tempo dell’imperatrice Maria Teresa d’Austria, e precisamente a partire da un “primo pomeriggio di settembre del 1765”, in occasione di una solenne visita della sovrana a Milano, accompagnata dal figlio Giuseppe, diventato coimperatore a causa della recente morte del padre Francesco Stefano di Lorena.
A quel tempo Luigi, nato a Milano l’8 agosto 1754, ha nove anni. Ha imparato la musica al seguito del padre Giovanni, primo trombettista della Kammerorchester, e ha già cantato in talune occasioni, tra le quali quella davanti all’imperatrice, che segnerà il suo destino di cantore. L’imperatrice, infatti, conquistata dalla sua voce cristallina, raccomanda al padre di vigilare affinché Luigi possa “diventare, un giorno, un grande cantante lirico che potrebbe poi calcare i palcoscenici di Milano e di Vienna.” Da lì alla decisione di evirarlo il passo è breve, consenziente il ragazzo.
Maccapani ha una scrittura piana, che ricostruisce con una specie di tepore intimo il Settecento di una Milano cara agli Asburgo. Il romanzo è frutto di ricerche accurate e vi compaiono nomi del tempo che hanno avuto in qualche modo a che fare con la storia. Il 18 maggio 1765, il direttore del Coro della Cappella del Duomo, Giovanni Andrea Fioroni, lo ascolta in occasione dell’audizione per il concorso di musico soprano alunno della Cappella e lo promuove. Luigi è felice, sa che è l’inizio della vita che ha sempre desiderato. Ha undici anni. Il figlio di Maria Teresa d’Austria è ora imperatore con il nome di Giuseppe II. Cesare Battisti insegna all’università. Sul Duomo sono in corso i lavori per la costruzione della guglia maggiore, su cui sarà, qualche anno dopo, collocata la Madonnina.
Il sogno di Luigi, però, non è quello di cantare in chiesa, ma di esibirsi su di un grande teatro, “davanti al più ampio e prestigioso pubblico.” Un giorno incontra la contessina Elisabetta Colombo, una bella ragazza della sua età, che spesso è andata ad ascoltarlo durante le prove, restando incantata dalla sua voce cristallina. Diventa famoso come grande amatore e le donne se lo disputano a gara, anche le più insospettabili.
A seguito dell’incendio del vecchio teatro, in poco più di due anni viene costruito il Teatro alla Scala. L’inaugurazione avviene la sera del 3 agosto 1778, ma Luigi non vi prende parte. Gli sono preferiti altri. Viene rappresentata un’opera di Antonio Salieri, “L’Europa riconosciuta” insieme con un balletto dello stesso autore, “I prigionieri di Cipro”. Il suo debutto, grazie alla intercessione di una donna, la moglie dell’influente marchese Giacomo Fagnani, avverrà con “L’Armida” di Jean Baptiste Lully, nato in Toscana e diventato cittadino francese cambiando il suo nome italiano di Giovanni Battista Lulli. Vi interpreterà la parte di Rinaldo, che richiede un voce sopranile, senza che debba perciò, finalmente, indossare abiti femminili.
Il duello canoro tra lui e la soprano Caterina Gabrielli, che interpreta la parte di Armida, è rappresentato con pagine esaltanti.
La musica lo mette a contatto con personaggi famosi: Luigi Cherubini, il maestro Giuseppe Sarti, che andrà a dirigere la compagnia reale di San Pietroburgo, il poeta ufficiale della corte imperiale d’Austria Lorenzo Da Ponte (sarà anche librettista di Mozart), la zarina Caterina II, lo stesso Mozart, incontrato al castello di Schönbrunn, Horace Walpole, l’abate Giuseppe Parini, Nicolò Paganini, Alessandro Manzoni, Vittorio Alfieri, Vincenzo Monti, Ugo Foscolo, al quale soffierà la contessa Antonietta Fagnani Arese, una delle donne più potenti di Milano, “molto sensibile al fascino della terza gamba.” A lei il poeta aveva dedicato nel 1802 l’ode “Ad un’amica risanata”.
L’autore ci descriverà una furiosa zuffa avvenuta per strada tra i due, ricordandoci che la loro rivalità troverà cenno ne “I Sepolcri” e nella “Lettera apologetica”, un libello, rimasto incompiuto, che il Foscolo scrisse nel 1812, analizzandovi le delusioni patite in quegli ultimi anni, e criticando l’editto napoleonico di Saint Cloud che proibiva le tombe individuali e disponeva per tutti l’obbligo della sepoltura in fosse comuni. Sarà proprio nei “Sepolcri” che nascerà per lui l’epiteto di “evirato cantore”. Non sappiamo invece se incontrò mai, nelle sue visite a Venezia, Giacomo Casanova.
Assistiamo in una cornice settecentesca e affascinante ad esecuzioni rappresentative dell’evoluzione musicale: le novità sono Mozart, Haydn, Beethoven, Rossini, Cherubini, Bellini, Donizetti.
La storia del sopranista Luigi Marchesi diviene così fertile strumento per un viaggio all’interno di uno degli aspetti più interessanti del secolo dell’Illuminismo, la vocazione alla perfezione musicale. Dirà Cherubini a Marchesi: “Vorrei cercare di superare le attuali concezioni musicali”. Quando Marchesi assiste al teatro Sant’Agostino di Genova all’esibizione di Paganini, riferisce: “Il violino si faceva orchestra, schiudeva orizzonti mai visti prima nell’espressione dell’arte musicale.”; il compositore bavarese, Giovanni Simone Mayr, dice di Mozart che “ha dato una svolta incredibile allo stile narrativo e alla corposità dell’azione drammaturgica.”
Il mondo femminile è composto di donne “Belle, attraenti, sposate. Infelici.”, le quali fanno fatica ad accettare il matrimonio imposto dalle loro famiglie e, subito dopo la prima gravidanza, vanno in cerca di altri uomini. È l’epoca dei cicisbei e degli amanti. Marchesi è molto ricercato: “ero una delle migliori occasioni possibili.”
Il suo centro di azione è una Milano cortigiana, fatta di nascosti tradimenti, di “insidie notturne” perpetrate dai mariti gelosi che si avvalevano di sicari, di duelli “consumati in una pubblica piazza per ragioni di gelosia.”
Il nostro protagonista racconta a don Francesco alcuni di questi suoi amori “clandestini”, visti dalla nobiltà con una certa irritazione, essendone autore un evirato. Spesso non era il marito a lamentarsi della relazione, ma l’amante ufficiale della donna che si sentiva umiliato.
L’autore ci narra della vita di alcune di esse, consentendoci in tal modo di respirare, grazie ad una scrittura piacevole e trascinante e ad una eccellente capacità di tessitura (sarebbe piaciuta a Dumas padre), le atmosfere di un’epoca in cui gli amori, le rivalità, le invidie, gli intrighi, i veleni, le fughe rocambolesche, le feste, i successi mondani e artistici erano posti al primo posto nella scala dei valori sociali.
È il tempo in cui la Massoneria vive il suo rigoglio, nonostante sia stata messa al bando da una lettera apostolica di papa Clemente XII, del 1738. Il Marchesi, se vuole continuare ad avere il suo successo, anche mondano, non può sottrarvisi e, infatti, viene introdotto dal conte Carlo Ercole Visconti. L’autore ci descrive il rito delle tre prove di iniziazione in modo da farci respirare la terribilità, il mistero e il fascino che avvolgono il nuovo affiliato (“il profano”). Alla fine ne è felice: “Ero entrato nel cuore del potere della città di Milano.”
Quando a Vienna incontra Mozart, dalla speciale stretta di mano che questi gli porge (“Pure lui diede i colpetti coll’indice sulla mia destra”) apprende che anche quel genio musicale vi appartiene, è un “libero muratore”.
Le donne soprano, Luisa Todi, Nancy Storace in modo particolare, sono le sue rivali sulla scena. Primedonne, abituate a monopolizzare su di sé le attenzioni del pubblico e della nobiltà, mal tollerano il successo di Marchesi. I loro scontri (“Quella vipera gentile della Todi”) ogni volta che si incrociano sui palcoscenici dei maggiori teatri europei sono l’anima di quella vanità e di quella civetteria che ebbero nel secolo dei lumi tanti discepoli.
Un esempio di tali rivalità ci viene dato allorché la Todi e Marchesi si esibiscono all’Hermitage di San Pietroburgo, chiamati dall’imperatrice Caterina II. L’un l’altra cercano di superarsi nei virtuosismi canori, dando vita a pagine di godibile fattura: “Se avevo conquistato il pubblico con la mia vocalità fatta di eleganza, stile ed equilibrio, a lei non restava che giocare con le armi della popolarità. Proprio quello che fece, senza risparmiarsi, convinta che doveva farcela senza lasciare spazio a me. Ne era certa”.
L’autore dà l’impressione di aver curato puntigliosamente la preparazione del romanzo, addirittura ritroviamo, a Venezia, il Teatro San Benedetto, che fu il principale della città fino al 1792, quando fu costruito il Teatro La Fenice. Anche in fatto di musica – non solo, quindi, dei personaggi storici che si presentano sulla scena – le sue descrizioni denotano una conoscenza non superficiale del repertorio lirico, e ciò contribuisce a calare il lettore in un Settecento oltremodo fascinoso. Si leggano le pagine dedicate all’interpretazione di Marchesi nel ruolo di Achille nel melodramma “Ifigenia in Aulide” di Luigi Cherubini, rappresentata al Teatro alla Scala (“Con quest’opera Cherubini anticipava l’ultimo Mozart e certe cose di Rossini”). Vi è anche una interessante annotazione di costume: “Era un’abitudine, quella di discutere durante lo svolgimento dell’opera: non necessariamente dell’opera. Si discuteva di tutto, dei fatti della giornata, delle nuove relazioni amorose, talvolta di politica.”
Una scrittura fluida, non priva di eleganza, ci accompagna in un giro che abbraccia la storia nel momento più culminante per il passaggio all’età contemporanea, quello degli anni in cui i fermenti di Parigi, annunciano il cambiamento epocale. Da quella città li avverte e li teme Maria Hadfield, una bella signora, anch’essa veramente esistita, sui trent’anni, di origine italiana, nata a Firenze e sposata “per convenienza” con un ricco signore inglese tanto più anziano di lei, Richard Cosway, un pittore famoso, occupato soprattutto a corteggiare giovinetti (“Se ne stava in un altro palco, attorniato di amiche e soprattutto di amichetti più giovani”). Decide di tornare in Inghilterra, dove spera possa raggiungerla l’uomo che ama e che non la ricambia, Thomas Jefferson (che diverrà il terzo presidente degli Stati Uniti), inviato come ambasciatore in Francia da George Washington. La rivoluzione americana si è conclusa da poco. Francia e America stanno guidando il mutamento. Tornata a Londra, la sua vita si incrocia con quella di Marchesi.
Don Francesco non si alterna più da un pezzo al racconto di cui Marchesi ha ormai preso le redini. Egli è un fiume della memoria. La sua confessione è un percorso che s’immerge nella storia, e si incontra con la passione. È proprio Maria Cosway che gli fa perdere la testa. Ed ora tocca a lei farci conoscere i propri pensieri, alternandoli a quelli del protagonista. Anche lei ha trovato in don Francesco la persona degna di raccogliere i suoi segreti.
L’autore sa muoversi bene nell’intreccio, al modo di una ouverture crea le atmosfere per l’ingresso in scena dei suoi personaggi. Questa Maria spunta improvvisa dal nulla, e immediatamente attira su di sé i riflettori. Di lei, sappiamo poco, salvo che è bellissima e infelice. Ci basta per trasformarla nella nostra eroina. L’autore dà il là ad un registro piano e sentimentale come se fosse atteso dalle atmosfere che lo hanno preceduto. I pensieri d’amore che si alternano nelle confidenze diaristiche dei due prossimi amanti si evolvono in un crescendo musicale che ben s’intona all’impianto del romanzo.
L’amore tra Luigi e Maria rappresenta uno spaccato importante del romanzo, e richiama alla mente, in qualche modo (“Era ancora innamorato di me, ma non sapevo come allontanarlo. Perché in fin dei conti non mi dispiaceva. Una barriera sempre più sottile mi divideva da lui…”), quello contrastato tra Gabriele D’Annunzio e Giuseppina Giorgi Mancini (Giusini), raccontata in “Solus ad solam”, del 1939. Alla fine entrambe le coppie, dopo essersi concesse, si allontaneranno coltivando nel tempo una profonda amicizia.
L’autore mostra una particolare attitudine per questo genere di storia e di intreccio e più volte torna alla memoria il Dumas padre di cui sembra un discepolo. Piacevole e coinvolgente la scrittura: scorrevole e rotonda, priva di asperità, persuasiva.
Pensate, i rumori della rivoluzione francese, nel pieno del suo fervore in quegli anni, accompagna la narrazione quasi in sottofondo creando un contrasto sempre presente tra la elegante mondanità descritta per gli ambienti frequentati da Marchesi e la ferocia dei rivoluzionari parigini occupati a tagliar teste in piazza: “Le piazze di Parigi sono imbrattate da veri e propri bagni di sangue. La barbarie regna sovrana. Nel nome della révolution, ormai, tutti i crimini più efferati sono ammessi. […] Ovunque le ghigliottine e le loro lame affilate sono diventate lo strumento di un potere dominato dalla violenza e dalla sopraffazione…”
La paura di quel che accade a Parigi percorre l’Europa attraverso gli spostamenti dei personaggi di questo bel romanzo.
Tuttavia, “il terrore della rivoluzione non aveva affatto turbato il clima di serenità a Venezia.” Si apprende così che “Dal mese di ottobre fino alla Quaresima, tutti erano soliti girare in maschera.” È proprio la fotografia di una Venezia d’epoca quella che ci descrive Maccapani. Come la Venezia d’epoca è quella che vede gli scontri di due rivalità liriche del tempo, Luigi Marchesi e Luisa Todi, campeggiare nei due teatri più importanti: il San Benedetto, di cui si è fatto già cenno, in cui si esibiva Marchesi, e il San Samuele, che dal 1737 al 1741 ebbe come direttore artistico nientemeno che Carlo Goldoni, in cui si esibiva la Todi: “Sembrava di assistere a uno scontro epocale. Venezia era spaccata in due: gli estimatori della Todi e quelli di Marchesi.”
Questa rivalità condurrà il protagonista a compiere un terribile gesto e ad allontanarsi da Maria. La quale, come la Giusini dannunziana, comincia a tormentarsi per aver tradito il marito e abbandonato per mesi la sua piccola Louisa.
Maccapani sta stringendo sul rapporto tra Luigi e Maria facendo il vuoto intorno a loro. Giunti alla parte centrale del libro, sono rimasti i soli attori sulla scena, nel momento in cui la loro solitudine e lo sforzo di rinfocolare i vecchi sentimenti alternano le loro voci in capitoli dal crescendo disperato.
Maria è una donna tormentata. Lasciare la famiglia, abbandonare una figlia ancora piccola, non sono comportamenti che si possono cancellare. È un crescendo di sofferenza che s’intona con la guerra che l’Austria sta per dichiarare alla Francia uscita dalla rivoluzione. Quella Francia che di lì a poco conquisterà Milano e infine (siamo arrivati al 1796): “era diventata padrona a casa nostra.”; “Un ciclone dei più tremendi che potessero capitare nella terra lombarda.”
L’autore insiste (forse anche con un po’ di eccesso) sull’inquietudine di Maria. Disegna una donna che cerca la felicità con l’uomo che ama, ma non riesce a liberarsi del passato. Il ricordo di Richard e di Louisa non l’abbandona mai.
Sarà Paganini, ancora ragazzo e già riconosciuto e osannato per il suo talento, a dare l’indicazione del luogo dove Maria è andata a nascondersi per cercare di riacquistare la serenità perduta, il convento di Santa Brigida, “dalle parti di Prà”. Tornerà a Londra per tentare di ricostruire il suo legame con il marito e la figlia. Sapremo poi che tornerà in Italia, stabilendosi a Lodi dove fonderà, nel 1812, un collegio educativo per “giovani orfane lombarde”, il Collegio della Beata Vergine delle Grazie, tuttora funzionante dopo alcune modifiche statutarie. Maria, morta il 5 gennaio 1838, proprio nella Chiesa delle Grazie di Lodi volle essere sepolta.
Napoleone, conquistata Milano, vuole occupare altre terre per formare la Repubblica Cisalpina. Marchesi lo detesta; nato sotto gli Asburgo, considera Napoleone e i francesi degli usurpatori. In mezzo a questi sommovimenti della storia, egli si ritrova solo, senza la sua Maria. Vittorio Alfieri ha ammirato questa sua ribellione al “condottiero di Ajaccio”, al vincitore della campagna d’Italia, e gli dedica un epigramma. Spera che si metta a capo di un movimento antinapoleonico.
Anche l’autore, come ogni altro che incontri la figura del Bonaparte, gli dedica pagine che fanno rivivere l’altalena del suo successo, e le prime difficoltà a conquistare la simpatia dei cittadini, in primo luogo dei milanesi. La battaglia di Marengo viene individuata come la principale che determinerà l’insediamento definitivo di Napoleone nella Repubblica Cisalpina e infine in Italia: “Eppure tra le vie di Milano si sentiva fortemente l’imminenza del ritorno di Napoleone. Stavolta lui sarebbe stato il vero trionfatore, dopo tutto questo periodo di incertezza.” È la sera del 2 giugno del 1800 quando Napoleone fa il suo ritorno trionfale. Nella notte del 29 maggio gli austriaci abbandonano definitivamente la città: “Ormai il mito austriaco apparteneva al passato.”
Il ricordo di Maria è sommerso dagli avvenimenti. La preoccupazione di Marchesi è ora quella di non ripetere l’errore di rifiutarsi al nuovo padrone d’Italia, che questa volta è accolto con “Urla, applausi, ovazioni.”
Ma Napoleone dà incarico al generale André Massena di saccheggiare Milano in cerca di denaro e di preziosi, necessari a rimpinguare le casse del suo esercito. Tocca anche a Marchesi subire un’irruzione nella sua casa di città, e a consegnare: “Monete d’oro, medaglie, e perfino alcuni candelieri. Si presero tutto il possibile, senza ringraziare, e buttarono il raccolto in un gigantesco sacco di stoffa.”
Napoleone sta depredando l’Italia anche delle sue opere d’arte. Ne fa incetta e le invia al Louvre, dove Maria è stata chiamata a organizzare e catalogare i nuovi arrivi. È lei che si fa viva con una lettera datata 4 gennaio 1801. Lo consiglia di accogliere Napoleone: “Ormai il futuro è Napoleone. L’Austria è il passato.”
Queste pagine dedicate alla campagna d’Italia e al trionfo di Napoleone sono tra le più asciutte e belle del libro. Ben documentate, rivelano una sapiente capacità e una spiccata attitudine dell’autore nel ricostruire, scendendo perfino nei dettagli, un periodo tra i più importanti della nostra storia, e non solo, ponendo in risalto gli sconvolgimenti sociali, di costume e politici messi in moto dalla comparsa sulla scena d’Europa del Bonaparte, che sarà incoronato re d’Italia il 26 maggio 1805, dal cardinale Giovanni Battista Caprara: “A Parigi Napoleone si era incoronato lui stesso, senza farsi tanti problemi. Poi aveva posto la corona sulla testa di Joséphine, la moglie infedele le cui gesta avventurose avevano fatto il giro dei salotti di Milano.” Sembra che a Milano sarà invece l’arcivescovo a porgli sul capo la tanto ambita corona di ferro appartenuta a Carlo Magno. Ciò avverrà, secondo un antico cerimoniale, non all’interno, ma fuori della chiesa. Si saprà invece che, all’esterno, sul sagrato, anche questa volta Napoleone non rinuncerà ad incoronarsi con le sue mani.
Alla cerimonia assiste Luigi Marchesi, che ha ora quarantanove anni.
È tornato nei favori dell’imperatore ed ha ripreso il suo posto alla Scala, anche se “dovevo fare i conti con una voce che non era più la stessa dei tempi migliori.”
Maria è un ricordo lontano. Ora è la contessa Antonietta Fagnani Arese ad avvolgerlo nelle sue spire di donna affamata di sesso. Ne è schiavo, non ne può fare a meno. È diventata il suo rifugio, proprio nel momento in cui, incrinatasi la sua voce, è abbandonato dalla Scala e deve arrangiarsi nei concerti privati e nei teatri meno illustri. Maccapani affronta ora per gradi il declino della vecchiaia in un uomo che è stato al centro del Teatro lirico della fine del Settecento, una celebrità. Marchesi comincia ad avvertire il declino, la passione che prova per Antonietta fa da cuscinetto; riesce ad ammorbidire i suoi primi passi avviati sul malinconico viale del tramonto: “Riflettevo sul mio presente e sul futuro della mia vita artistica. Non ero più un giovanotto. Dovevo farmene una ragione…”
È il tramonto anche di Napoleone che, dopo la disastrosa campagna di Russia, deve rinunciare alla corona abdicando il 6 aprile 1814 e partendo per l’esilio all’isola d’Elba il 20 dello stesso mese. Come è noto, vi resterà cento giorni e fuggirà per ritornare sul trono di Francia, ma, dopo la sconfitta di Waterloo, sarà relegato definitivamente nell’isola di Sant’Elena, sperduta nell’Atlantico, dove morirà il 5 maggio 1821.
In questa coincidenza emblematica si può leggere il segno di un’epoca che sta per concludersi, e che trascinerà molti con sé. Luigi Marchesi è sempre stato filo austriaco. Il ritorno della Lombardia sotto l’Austria, è da lui salutato con gioia: “Per me era come tornare a casa.” Ha sessantadue anni, e scopre che nel frattempo, mentre la Francia era intenta a monopolizzare la musica con autori barocchi come Couperin e Rameau, tutto è mutato. Assiste al “Don Giovanni” di Mozart e avverte tutte le colpe della sua vita: “Avevo vissuto nel peccato e nella totale dissipazione. Ne avevo fatte di tutti i colori. Ero un assassino sfuggito alla condanna del tribunale veneziano.” La vita di Don Giovanni ha molto in comune con la sua. La dannazione di Don Giovanni potrebbe essere anche la sua dannazione.
Ci accorgiamo così che uno dei fili conduttori del romanzo sta nell’ouverture: in quel sogno che l’autore ha posto come incipit della sua storia, e che sogno non era, ma incubo, ossessione: il peccato commesso, l’intreccio del male che ha stritolato in lui il bene, è sempre stato presente nella sua vita, tormentandolo: “Avevo ancora il rimorso di quell’omicidio, che non riuscivo a cancellare in nessun modo.” Teme che la sua vita sia destinata, come quella di Don Giovanni, alle fiamme dell’inferno.
Scriverà a Maria, stabilitasi ormai definitivamente a Lodi, dopo la morte della figlia e del marito: “Non so cosa dovrò e potrò fare per ottenere la salvezza della mia anima.” Le chiederà di incontrarla per avere qualche consiglio, poiché “La mia vita non ha futuro.”
Stenta a riconoscerla. Maria ha sessantotto anni. Gli va incontro e l’abbraccia. Ancora, però, è energica come in quei lontani giorni quando, se si metteva in testa una cosa, la otteneva. Il suo sguardo è luminoso. L’opera benefica che ha realizzato a sue spese nella cittadina di Lodi è qualcosa di superlativo, che ha regole morali molto rigide e rigorosamente osservate, perfino da lei, la fondatrice: “Era una donna profondamente trasformata dalla fede.” Gli dirà: “Nella vita si è chiamati a lasciare una traccia di sé, a beneficio degli altri.”
Marchesi le rivela il rimorso che da qualche tempo lo attanaglia, quello di aver scelto l’evirazione per ottenere successo nella musica, sacrificando la famiglia, di cui sente la mancanza.
Alla resa finale, dunque, i veri valori della vita tornano a mostrarsi a chi aveva cercato di sacrificarli. È la lezione che Marchesi sta ricevendo dalla sua vita. Forse nemmeno il delitto commesso, che ancora tormenta la sua coscienza, sarebbe mai stato compiuto.
Maccapani ci ha mostrato l’ambizione, le scelte legate ad essa, le soddisfazioni e i successi della mondanità e della ricchezza, ed ora ci mostra il loro disfacimento, l’evidenza della loro futilità. Nel momento in cui ci avviciniamo alla fine del nostro cammino, gli anni trascorsi si presentano davanti a noi e ci chiedono il conto di come li abbiamo vissuti.
L’immagine del Don Giovanni mozartiano è ancora lì a indicargli la scelta che non avrebbe mai dovuto fare.
L’aiuto di Maria sarà determinante: “Dipende da cosa vuoi fare del tuo futuro. Dipende se vuoi lasciarti guidare dal disegno che il Signore sta tracciando su di te. Beninteso, ammesso che tu te ne sia accorto.” È lo stesso discorso che il cardinale Borromeo farà all’Innominato nel capolavoro manzoniano.
Marchesi prenderà presto la sua decisione. Lascerà il suo enorme patrimonio in favore della servitù e per opere di bene, tra cui la costruzione dell’ospedale che ancora oggi porta il suo nome. Disporrà anche che tutto ciò che ricordi il suo passato venga dato alle fiamme, e nessuna traccia resti della sua vita dissoluta: “Aveva espressamente chiesto la totale estirpazione del proprio passato.”; “Nemmeno una testimonianza del passato di quest’uomo doveva essere riservata ai posteri.” I suoi peccati gli intralceranno la strada perfino nell’adempimento di queste sue ultime volontà. Ce lo dirà don Francesco nelle pagine conclusive.
Dopo terribili sofferenze fisiche e spirituali, l’uomo che per soddisfare la sua smisurata ambizione, raggiungere il successo e la ricchezza, aveva sacrificato la sua vita, morirà il 14 dicembre 1829, e a rendergli omaggio, arriverà anche lei, Maria.
Tre anni dopo, tutte le cose che avevano rappresentato il suo passato, sarebbero state bruciate in un “poderoso fuoco che non conosceva sosta e proseguiva nella sua opera di cancellazione di un passato che non avrebbe dovuto più tornare in vita.” Proprio come accade nel capolavoro di Orson Welles, “Quarto potere”.

Annunci
TrackBack URI

Crea un sito o un blog gratuitamente presso WordPress.com.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: