Achille Maccapani Blog

dicembre 4, 2009

La recensione e l’intervista su Booksblog

Filed under: Uncategorized — achillemaccapani @ 8:00 pm

Oggi la rivista letteraria Booksblog ha dedicato una recensione e un’intervista a me, interamente dedicata al romanzo “Confessioni di un evirato cantore”. Anche in questo caso non sono mancati gli approfondimenti, da parte dell’autore della recensione, Roberto, il quale non ha mancato di sottolineare alcuni aspetti ulteriori del romanzo, rispetto a quelli già emersi nelle precedenti recensioni e interviste. Il link in cui è riportato il servizio è questo.

Confessioni di un evirato cantore. Intervista all’autore Achille Maccapani

Varie volte nell’ascoltare il coro della Cappella Sistina mi sono tornati alla mente i famosi castrati cantori e le mille leggende da cui erano avvolti. Così è stato un vero piacere – sia letterario che di approfondimento – leggere il romanzo storico di Achille Maccapani dedicato proprio ad un evirato cantore, Luigi Marchesi. Il romanzo – dal titolo Confessioni di un evirato cantore (Fratelli Frilli editori, 2009) – ricostruisce la storia del cantante, basandosi su robuste ricerche che fanno da sostrato allo stile di Maccapani, un narrato fluido e accattivante.
Così tra avventure canore, sessuali, politiche e sociali conosciamo un personaggio interessantissimo che, dai fasti dei palcoscenici conclude la sua vita nel silenzio, dopo essere passato per i percorsi dell’amore. Abbiamo rivolto all’autore, Achille Maccapani, alcune domande sul suo libro e su Luigi Marchesi, definito dai suoi contemporanei come “giovane di bell’aspetto, con una figura prestante ed un portamento pieno di grazia. La sua recitazione era animata ed espressiva, grande la sua potenza vocale, ampia la sua estensione”.
Raccontare la storia di Luigi Marchesi, evirato cantore: come mai hai scelto proprio questo argomento?
Mio padre, negli anni ’70 e ’80, aveva svolto le funzioni di segretario dell’ente morale, poi Ipab, Ospedale “Luigi Marchesi” di Inzago, comune dell’hinterland milanese ai confini con le province di Cremona e Bergamo. Durante gli anni di prima e seconda media, lui mi portava con sé in auto per accompagnarlo in ospedale: io restavo nella sala d’attesa per fare i compiti, lui lavorava tra delibere e bilanci. E fissavo le lapidi in ricordo dei benefattori di quell’Ospedale. Ma non c’era nella struttura neppure un ritratto dedicato al fondatore. Pochi mesi dopo, proprio nell’Ospedale Marchesi nel gennaio 1976, è nata mia sorella.
Nel leggere il tuo romanzo si capisce che dietro c’è molta ricerca e studio: ci racconti il percorso che ti ha portato a far nascere “Confessioni di un evirato cantore”?
Era rimasta in me, appunto, la curiosità di sapere chi fosse veramente il fondatore di questo Ospedale. Così, tanti anni dopo (era il 1988), ricevetti da mio padre una copia dattiloscritta del testamento di Marchesi, pieno di correzioni, ripensamenti, revisioni. Frutto evidente di un uomo tormentato dalle paure. Ma la vera molla fu un quaderno datato 1832, rinvenuto nell’archivio della parrocchia di Inzago, e firmato dal viceparroco don Francesco Zoja: in quella relazione era descritta tutta la serie di fatti e circostanze che avevano condotto alla scelta di Marchesi di destinare tutto il suo patrimonio per realizzare un Ospedale, con l’obiettivo di espiazione dei suoi peccati. Dal contenuto della relazione, emergeva il senso di ineluttabilità, come se richiamasse l’arrivo del Commendatore, quasi ad evidenziare che durante la sua vita Marchesi ne avesse fatte di tutti i colori. Così, dopo aver terminato la tesi di laurea in legge, e in attesa di discuterla, dedicai l’intera primavera del 1988 alle ricerche presso gli archivi lombardi. Il risultato fu una prima ricostruzione, un volumetto di 100 pagine edito da un settimanale diocesano che finì presto tra le mani di un dirigente della RAI di Milano: mi propose di fare un trattamento per un radiodramma, ma non sapevo come scriverlo, e nel frattempo dovevo partire per il servizio militare. Mollai tutto, fino al 2005: quando decisi, dopo la pubblicazione del primo romanzo, Taci, e suona la chitarra!, di riprendere e ampliare le ricerche.
A me piace la figura di don Francesco Zoja, il sacerdote che accoglie la confessione di Luigi Marchesi. Quale è, invece, per te, il personaggio più simpatico di tutto il romanzo?
Personalmente ho cercato di valorizzare i tre io narranti del romanzo. Oltre a don Zoja, appunto, anche Luigi Marchesi e Maria Cosway. Con una differenza sostanziale, mentre per don Zoja disponevo della sua relazione del 1832, utilissima per entrare nel suo modo di pensare, e di affrontare la quotidianità vissuta in questo paese rurale, alle prese con i vari problemi, per Marchesi la situazione si è rivelata più ardua. Tutto il suo archivio, per volontà testamentaria, era stato distrutto, così ho dovuto basarmi sui documenti esistenti, non sempre attendibili per svelare la vera personalità del sopranista, cercando di trovare un “fil rouge”, quello dello spirito di ambizione continua, che animò tutte le sue azioni. Diverso, invece, è il caso di Maria Cosway, alla quale mi sono fortemente affezionato: la pittrice italo inglese aveva infatti eliminato tutta la parte della sua corrispondenza con Marchesi dai propri carteggi, così ho dovuto basarmi sulla produzione biografica a lei dedicata per meglio ricostruire il suo carattere e le sue reattività, facendomi aiutare indirettamente dalla splendida interpretazione che ha dato di Cosway l’attrice italo australiana Greta Scacchi nel film “Jefferson in Paris” di James Ivory. Ebbene, proprio per ciò che concerne la relazione e convivenza scandalosa che legò Marchesi e la Cosway, questo romanzo è proprio uno spin-off di “Jefferson in Paris”…
Quale è la parte del romanzo che ti ha creato più difficoltà nello scrivere?Non c’è una parte più difficoltosa, in particolare. Per me questo romanzo ha rappresentato una svolta, un tentativo di alzare l’asticella per ricostruire, dare vita e linfa ad un’epoca storica molto articolata, piena di colpi di scena. Lo ammetto, se non ci fossero state le numerose letture di romanzi della nuova narrativa italiana, e cito su tutti “54” dei Wu Ming, il ciclo noiristico milanese di Giuseppe Genna, la trilogia di Magdeburgo di Alan D. Altieri, non avrei deciso di riscrivere (alla sesta stesura) questo romanzo, e mettere a frutto tutti gli insegnamenti appresi. Anzi, mi sono divertito parecchio a scrivere e riscrivere questa o quella scena che, in sede di editing, apparivano meno riuscite.
Come è cambiato l’Achille Maccapani scrittore dal “Taci e suona la chitarra!” alle “Confessioni di un evirato cantore”?
Taci, e suona la chitarra! era un romanzo di formazione del 1985, riscritto nel 2004, e risentiva delle esperienze giovanili e universitarie milanesi degli anni ‘80. Confessioni di un evirato cantore è un romanzo storico, articolato, in stile moderno, frutto di una maturazione di parecchi anni. Mi sento profondamente cambiato, perché sono cresciuto, e soprattutto perché ho alle spalle la lettura di decine e decine di romanzi, che rappresenta secondo me il metodo migliore per imparare e applicare tecniche, trucchi e metodologie utili quando ci si mette poi a scrivere.
Quali sono le tue letture preferite?
Quelle sopra citate. Ma potrei aggiungere anche i romanzi di Bruno Morchio, Tullio Avoledo, Gianfranco Nerozzi, Valeria Parrella, Giorgio Vasta, Ferruccio Parazzoli, Alessandro Zaccuri. E una serie di titoli ai quali sono affezionato: mi riferisco alla tetralogia ligure di Francesco Biamonti, ai Quattro giorni per non morire di Marino Magliani, e soprattutto ai romanzi di Ignazio Silone. Senza la lettura di classici come Fontamara e Il segreto di Luca, non avrei mai pensato di scrivere romanzi.
Come vedi il panorama editoriale italiano?Strano, difficile, pieno di incognite. Da una parte esiste un sistema di editoria che mira all’utile, al breakeven aziendale, soprattutto da parte delle major, con poco, anzi inesistente, spazio per la narrativa di sperimentazione e ricerca, e totale via libera per prodotti da laboratorio, o comunque in grado di inserirsi nel filone giusto, voluto dai lettori. Ora si cercano solo romanzi di vampiri, domani chissà. Personalmente preferisco studiare, leggere, applicarmi e cercare di migliorare la mia scrittura, per affrontare in futuro qualche nuova sfida. E senza alcun tipo di fretta: la scrittura è la mia “second life” (lavoro nella pubblica amministrazione locale), dunque posso permettermi di scegliere e ponderare quali percorsi voglio e posso intraprendere.

Achille Maccapani
Confessioni di un evirato cantore
Fratelli Frilli, 2009
pp. 478, euro 15,90

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