Achille Maccapani Blog

marzo 23, 2010

La genesi di “Bacchetta in levare” (1° puntata)

Filed under: Uncategorized — achillemaccapani @ 12:57 pm

Spesso capita che la nascita di un nuovo romanzo rappresenti in sé una storia da raccontare. Nella maggior parte dei casi, non proprio. Ho sentito raccontare da più di uno scrittore che la genesi di questo o quel romanzo era stata tranquilla, senza intoppi. Per Bacchetta in levare, viste le circostanze, non era stato certamente il caso di una genesi senza problemi particolari. Anzi.
Giustamente ci si chiede da quale cellula ispirativa si decide di partire per la stesura di un romanzo. In questo caso, l’idea di partenza era quella di immergermi nella personalità di un uomo di 70 anni, messo di fronte ai drammi della vita, e in particolare ad una perdita umana dalle proporzioni immani, e che decide di troncare i rapporti con il mondo circostante. Ho sempre avuto il desiderio di raccontare questo lato della vita, forse perché spinto da una vicenda personale che mi ha toccato profondamente tra la fine del 1993 e l’inizio del 1994: quella della morte improvvisa per tumore della madre della mia fidanzata, rimasta orfana a 28 anni.
Durante quelle settimane dure, difficili da dimenticare, e che ti segnano, anche se non ne sei direttamente coinvolto, mi ero reso conto che non sarei più stato lo stesso di prima, e soprattutto che di fronte alla morte, a quella presenza fisica, fatta di carne, e non più di vitalità, di una carne non più animata dal flusso del sangue, dal colore pallido, sarei rimasto segnato negli affetti e nel dolore. Al punto tale da iniziare a maturare la decisione di lasciare la Lombardia e a trasferirmi nel ponente ligure, la terra di colei che poi è diventata mia moglie.
Ecco perché il mio vissuto è composto da due realtà territoriali: quella del Nord padano, della Lombardia di confine tra più province (Milano, Bergamo, Cremona), da una parte, e quella del ponente ligure che avevo cominciato a conoscere attraverso i romanzi di Francesco Biamonti, che non conoscevo affatto. Avevo sentito parlare dei romanzi di Nico Orengo, durante gli anni vissuti a Inzago, ma di striscio, senza particolare necessità. Invece Biamonti era, per me, sconosciuto.
Eppure, quando affrontai L’angelo di Avrigue, mi trovai di fronte ad un universo nuovo, sconosciuto, che solo durante gli anni lavorativi passati tra i comuni di Apricale e Dolceacqua mi resi conto che in realtà si trattava degli stessi scenari raccontati e, per certi versi, trasfigurati da Francesco. Per poi scoprire, qualche anno più tardi, che il percorso della strada che congiunge Apricale a Isolabona rappresentava uno degli scenari di questo immenso “carrugio ligure” all’interno del quale si dispiega la trama del Sentiero dei nidi di ragno di Italo Calvino, frutto evidente dei suoi anni di giovane partigiano, vissuti tra le colline di Bajardo, Apricale e Isolabona, lungo le rive del Merdanzo.
Così, dopo che mi sono sposato, pur scegliendo per i primi anni di continuare a lavorare tra i comuni della bassa bergamasca, trascorrevo le tappe del mio percorso di pendolare tra i treni durante i fine settimana. Il venerdì staccavo verso le ore 13, prendevo l’autostrada entrando dal casello di Osio Sotto, raggiungevo la Serravalle uscendo ad Agrate Brianza, per poi parcheggiare nel silos di Cascina Gobba, la metropolitana mi portava dritto in Stazione Centrale a Milano per salire sul treno Basilea – Nizza: alle 15’10 mi staccavo fisicamente dalla terra lombarda, fatta di un dialetto bergamasco stretto ma per me ancora comprensibile, dalla lettura quotidiana dell’Eco di Bergamo, dalle nebbie e dai freddi gelidi di un inverno che non voleva mai finire, sentendomi così un uomo a metà tra due orizzonti radicalmente opposti tra loro.
Dopo un po’ di tempo, non riuscivo a restare seduto nello scompartimento, mi piaceva scrivere, già all’epoca, anche se mi occupavo di commenti giuridici, convinto – e forse illudendomi più del necessario – com’era che fosse bello e interessante analizzare le nuove riforme legislative destinate a cambiare l’Italia, e così mi trasferivo nel vagone ristorante dove potevo contare su una spina di corrente per collegare il pc portatile. Lì trovavo, molto spesso, un signore anziano che era salito a Genova. Portava con sé una valigia leggera da viaggio, forse aveva dormito da qualche altra parte, e tornava pure lui nel ponente. La sua faccia mi era nota, lo avevo già visto da qualche parte, forse su un giornale. Ci vollero parecchi viaggi per rendermi conto che lui era Francesco Biamonti.
Ci presentammo, e iniziammo a parlare. Lui conversava con voce bassa, ma dentro di sé c’era un universo fatto di un ponente dagli orizzonti culturali ben più ampi di quelli che mi aspettavo di trovare. Certo, conoscevo il legame che univa il ponente con la Francia meridionale, la vicinanza con Marsiglia, mi rendevo conto di come il dialetto ventimigliese fosse intriso di influssi francofoni, e che fosse compreso addirittura dai camalli che lavorano nei porti del Portogallo e del Brasile, ma non avrei mai creduto che queste linee di unione fossero ben più ampie e profonde, tali da abbracciare l’intera costa del Mediterraneo. E mentre lo ascoltavo, restavo stupito dalla sua umanità, dal suo conversare, dal suo modo di coinvolgermi nei suoi ragionamenti.
Venivo da fuori, dalla pianura del Nord, dal profondo Nord raccontato nei dibattiti vivacissimi di Milano Italia, di un Nord che vivevo con tutte le viscere di un’energia di rivincita nei confronti di Roma, abituato alla parlata dei bergamaschi che esibivano orgoglio lavorativo e identità padana, dalle tensioni di un Nord produttivo lombardo, animato solo dal desiderio di laurà laurà laurà dalla mattina presto fino al tramonto, e perfino la domenica mattina presto per finire la villetta nuova, e mi accorgevo, osservando dai finestrini del treno che, a mano a mano, macinava le fermate di Alassio, Albenga, Andora, stavo entrando in un altro mondo.
La presenza di Francesco durante quei viaggi ferroviari del venerdì simboleggiava per me l’ingresso in una realtà diversa rispetto a quella in cui avevo vissuto durante gli anni della mia infanzia, dell’adolescenza, e soprattutto della fase lavorativa. Dovevo compiere il balzo decisivo, decidere di non restare per troppo tempo a metà tra questi due mondi. Pertanto quando decisi di trasferirmi totalmente in Liguria, cogliendo l’occasione di una chiamata lavorativa nel savonese, lo feci senza pensare più di tanto, pur sapendo che l’impatto non sarebbe stato sereno.
Durante quegli anni, dunque, avevo vissuto in parte l’impatto che aveva affrontato il mio suocero, di fronte alla perdita di sua moglie Mara. E il suo coraggio di scegliere di dedicarsi completamente a mia moglie e a me, convinto che noi rappresentassimo il suo futuro. Lui aveva avuto coraggio nella scelta di non chiudersi, di non gettare la spugna. Ma mi domandavo quanti altri non avessero avuto quella forza interiore, quell’energia, anche nonostante il sostegno di una fede, per quanto radicata e comunque riconquistata giorno dopo giorno.
Nel frattempo, iniziavo a cercare di avvicinarmi ulteriormente con il lavoro. E durante una serie di questi viaggi, era l’inizio del 2000, incontrai nuovamente Francesco. Stavolta ero con mia moglie, e scoprii che si conoscevano. Perché Francesco conosceva da parecchi anni la zia di mia moglie, che era stata a sua volta insegnante alla scuola media di Ventimiglia, e ci si trovò insieme in un pub di Soldano a chiacchierare insieme per ore e ore.
A quell’epoca stava lavorando al suo nuovo romanzo, quello successivo a Le parole la notte, ma prima di mettersi a scrivere ci disse che si era messo a rileggere la produzione poetica di Francesco Petrarca per comprendere l’animo femminile da lui descritto, e poi continuava a chiedermi se avessi voluto pensare di scrivere, di tirare fuori qualcosa di significativo. Eppure dentro di me avevo ancora un blocco pazzesco.
Non avrei dovuto scrivere nulla, così mi aveva detto in un pomeriggio del 1985 Luca Doninelli, nel sostenere che ero più portato per la saggista che per la narrativa, e mi divertivo dunque a commentare per un mensile giuridico livornese leggi, decreti legislativi, ad entrare dentro logiche organiche, senza sapere che sarebbe bastata dopo un anno o due una piccola modifica, frutto di qualche abile emendamento parlamentare, durante il solito treno annuale della legge Finanziaria, per buttare all’aria le linee progettuali di questo o quel governo. Ma non gli dissi nulla, chissà mai se avrebbe capito questi sentimenti che si agitavano dentro di me.

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