Achille Maccapani Blog

marzo 24, 2010

Scissione tra le due vite

Filed under: Uncategorized — achillemaccapani @ 7:42 pm

La maggior parte, anzi, la quasi totalità degli scrittori non vive di libri o romanzi. Piuttosto è ormai appurato il fatto che la scrittura non abbia nulla a che fare con l’altra vita, quella lavorativa. Ripensando ai grandi scrittori e poeti, mi viene in mente il caso di Alessandro Quasimodo, che lavorava quale ingegnere al genio civile presso il ministero dei lavori pubblici, oppure di Primo Levi, che faceva il chimico.
A maggior ragione, nell’epoca odierna, dove esiste una miriade di case editrici, e si pubblicano oltre 60mila libri nuovi all’anno (quali di questi sopravvivranno, è tutto da vedere…). Molti autori, giustamente, sanno bene che gli anticipi rappresentano un istituto destinato all’estinzione e che non sempre la promozione editoriale è sinonimo di sicuro successo. Ho conosciuto scrittori che, nella vita reale, fanno tutt’altro lavoro rispetto a quello della scrittura narrativa. E non necessariamente altrettanto appagante. Uno, ad esempio, fa il dirigente in una ditta di tubi per trasmissione dati. Un altro fa il portiere di notte in albergo. Un altro ancora fa il perito informatico: o meglio, più di uno. E potrei citare altri esempi: antiquari, funzionari all’agenzia delle dogane, docenti di liceo classico o scientifico, medici di base, sceneggiatori per fumetti, sceneggiatori per la fiction tv (una categoria, quest’ultima, molto ricercata, visto il caso Carrisi), e perfino tecnici programmatori di software house.
Tutto questo per dire che il 99, o poco meno, per cento degli scrittori non vive di sola scrittura.
Perchè dico questo? Le riflessioni emerse durante il confronto con alcuni spettatori, in occasione di un incontro di presentazione del romanzo “Confessioni di un evirato cantore”, tenuto presso il ristorante Romoloalmare di Bordighera, mi confermano, una volta di più, di come sia fortemente difficile creare una vera linea di dialogo tra chi scrive e chi legge. Molto spesso chi scrive pensa di avere in mano la linea giusta per comunicare col lettore, quando in realtà non sa di comunicare solo con se stesso, e magari gli manca il senso autocritico nel ripensare al prodotto finito, a domandarsi se quel testo potrà piacere o meno al lettore.
Scrivere non è una passeggiata. Piuttosto assume i caratteri di un vero e proprio lavoro. Ma che è scisso, è diviso rispetto alla vita lavorativa. In quest’ultima prevalgono altre dinamiche, altri meccanismi, altri sistemi, che non dipendono dall’individualità delle scelte, quanto dalla logica di programmazione di un sistema di aziendalizzazione. Però, quando termina la fase della giornata dedicata alla vita lavorativa, appunto, si apre un altro varco, diverso. Una vita parallela, del tutto divisa, disgiunta rispetto a quella quotidiana, fatta di impegni e doveri tipici del rapporto lavorativo.
Chi si dedica alla scrittura sa bene che i due aspetti non coincidono e non devono coincidere. Ad esempio, sicuramente l’azienda sociosanitaria locale di Como non andrà certamente a prendersela col proprio medico di base Andrea Vitali (peraltro, bravissimo scrittore), solo per il fatto che Bellano, piccolo comune sul lago di Como, sia lo scenario dei suoi coinvolgenti romanzi; piuttosto non potrà che esserne contenta, visto che un paese come Bellano, e le sue storie dei decenni passati, vere o reinventate che siano, è ora conosciuto in tutt’Italia.
Scrivere è una splendida terapia “contro il logorio della vita moderna”, ma nel contempo rappresenta un impegno nei confronti del lettore, soprattutto per metterlo di fronte a nuove sfide, tali da intrattenerlo, coinvolgerlo, farlo sorridere, piangere, commuoversi.
Non sono un fan della narrativa fantasy, lo ammetto, ma l’intuizione di Cornelia Funke dei personaggi dei romanzi che rinascono davanti a chi li legge ad alta voce è davvero potente; rivedendo stasera “Inkheart” (peraltro girato tra Balestrino, Alassio, Entracque e… perfino Fanghetto!), mi sono emozionato, nel vedere quanta potenza riesca ad esprimere il valore della lettera scritta, di come essa si ponga davanti al lettore.
Un’emozione che nasce da un lavoro artigianale lento, faticoso, arduo, ma che, giunti al guado, suscita una soddisfazione notevole.
Dunque il fatto di scrivere, pur non rappresentando un lavoro a tempo pieno, assorbe tantissimo lo sforzo di concentrazione, anche con dilatazioni temporali elevate: per uno scrittore non a tempo pieno, la lavorazione di un romanzo si dilata su tempi lunghi anche per questa ragione. E permette di ragionare con equilibrio per giungere ai migliori risultati possibili, con spirito di umiltà e desiderio di crescere e progredire nel lavoro di scrittura.

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