Achille Maccapani Blog

marzo 25, 2010

La genesi di “Bacchetta in levare” (2° puntata)

Filed under: Uncategorized — achillemaccapani @ 8:00 am

Il ritmo lavorativo nei comuni dell’entroterra di ponente, che ho affrontato tra l’autunno del 2000 e il dicembre 2004, mi permise di meglio conoscere ed amare gli stessi luoghi nei quali Francesco ambientava i suoi romanzi, pur ricorrendo a nomi di località di fantasia, come Varaira, ma nel contempo rischiava di trasformarsi in una gabbia ossessiva, forse dovuta alla mia difficoltà di accettare l’idea di restare in quei luoghi a lavorare per chissà quanti anni.
Perché le ossessioni e le tensioni che emergevano nell’Angelo di Avrigue erano le stesse che animavano e contraddistinguevano il popolo apricalese. Non ero capace di accettare l’idea di vivere per tutta la vita in un luogo chiuso tra le colline, senza sentire la vicinanza col mare.
Scelsi così di chiudere la mia esperienza vissuta in quel mondo, in quella realtà difficile, dopo cinque anni di dolorosa gavetta e dal Natale del 2004 ricominciai a vivere con maggiore serenità. Proprio durante quei mesi, vincendo quel blocco che mi impediva di sbloccarmi, e solo dopo qualche anno dalla scomparsa di Francesco Biamonti, iniziai a scrivere storie, romanzi, dopo essermi reso conto di quanta vacuità si nascondesse dietro le ennesime modifiche legislative da seguire e commentare, frutti di ben altre logiche lontane, rispetto al desiderio di riordinare i vari settori normativi e alla necessità di garantire un ordine.
Mi ero convinto che la stabilità e l’ordine nel sistema giuridico italiano, soprattutto nel campo del diritto amministrativo, fosse poco più che una chimera, alla luce di un continuo mutamento che non lasciava un attimo di respiro, e appariva dinanzi a me come qualcosa di molto instabile. La certezza del diritto aveva smesso di esistere da troppi anni, perlomeno per il mio lavoro, al punto tale da dover dipendere dalle sentenze dei vari tribunali amministrativi regionali e delle sezioni della Corte dei Conti. Proprio in quel periodo maturai dunque la scelta di una vita divisa in due: da una parte, quella del mio lavoro, dall’altra, quella delle letture e delle scritture. Senza che l’una interferisse con l’altra. E soprattutto senza che venisse meno il mio attaccamento al lavoro, quello vero.
Ero dunque immerso nei vari progetti dei romanzi, quando durante l’estate del 2006, era la fine di agosto, pensai all’idea di una scena chiave, quella di un direttore d’orchestra che durante l’ultima recita della Traviata di Verdi al Festival di Salisburgo decide di dire basta al mondo circostante, a tutte le problematiche di una quotidianità fatta di prove, recite, interviste, concerti, viaggi aerei, e di rifugiarsi tra le colline del ponente ligure. Il luogo per questo esilio volontario lo avevo già in testa: Brunetti, una frazione collinare di Camporosso, incastonata tra Dolceacqua e l’entroterra di Ventimiglia. Un luogo incantevole, e che conoscevo per motivi familiari: una piccola villetta sull’ultima curva, prima del confine con Arcagna, è di proprietà di mio suocero, e lì avevo vissuto per parecchio tempo. L’ambientazione perfetta.
Ma c’era anche un altro stimolo. Ero reduce dalla stesura del romanzo Delitto all’Aquila nera, un noir ambientato tra Ventimiglia e l’entroterra durante l’estate del 2001, quella del G8, frutto delle mie esperienze vissute, anche lavorative, passate tra Dolceacqua e Apricale. Il dattiloscritto non era stato accettato da due editori: ricordo, in particolare, che il direttore editoriale di una di queste case editrici aveva detto che in quel romanzo c’erano troppi dialoghi, forse fingendo di non sapere che, ad esempio, Uomini e no di Vittorini fosse un romanzo fatto esclusivamente di dialoghi.
Quasi per ripicca, avevo quindi maturato l’idea di raccontare una storia che, per una larga parte del suo sviluppo, fosse del tutto priva di dialoghi. Nemmeno un trattino, pensavo, piuttosto il discorso indiretto. Anzi, questo espediente mi sarebbe servito per delineare un carattere tipico di questo territorio, o piuttosto un modo di vivere in queste terre, e cioè attraverso un’introversione esasperata, un senso di solitudine marcata, che avrebbe potuto cominciare a sciogliersi solo nel momento in cui il protagonista si sarebbe trovato sul treno, e comunque in un luogo distaccato dalla terra, in viaggio verso un altro luogo, un’altra realtà, un altro mondo. E mi sarei divertito a stupire il lettore con le sorprese della seconda parte, quando i vari io narranti spuntano fuori, uno dopo l’altro.
Ricordo ancora adesso quella sera di fine agosto del 2006, quando scrissi di getto il prologo di Bacchetta in levare. Con il libretto di Francesco Maria Piave sulla parte sinistra del tavolo, e il file video del terzo atto della Traviata nell’interpretazione di Angela Gheorghiu, diretta da Sir Georg Solti al Covent Garden di Londra, sul pc portatile. Tutto venne giù diretto, come una colata lavica, come qualcosa che avevo maturato dentro di me, e che teneva dentro i primi germi di una trama che avrebbe poi dovuto svilupparsi nel corso della narrazione. Di solito la prima stesura non è mai quella buona, ma in quell’occasione si era talmente accumulata una tensione forte in me, al punto tale da buttare giù l’ossatura di un racconto che, per il 70 %, era già pronto.
A quel punto, dovevo mettermi al lavoro attraverso una scaletta. Che scrissi in un paio di serate nel settembre 2006. Proprio durante quelle settimane venni a conoscenza che la fondazione Ambrosianeum di Milano aveva indetto un concorso letterario per la ricerca di romanzi inediti, aperti al dramma esistenziale umano: ricordo anche le parole di incoraggiamento di Ferruccio Parazzoli riportate in un articolo pubblicato su Vita e Pensiero, e ripreso anche sul sito di Giuseppe Genna, e le sue forti provocazioni rivolte a dare voce a romanzi che uscissero dai confini angusti delle piccole storie personali, e che dessero voce ai problemi dell’esistenza, alle vere inquietudini di questa società contemporanea. Di tempo a disposizione ce n’era, eccome. Decisi così di mettermi al lavoro.
In realtà il dettaglio della scaletta era tutto concentrato attorno alla prima parte. L’idea di base era quella di raccontare la solitudine dell’io narrante tra le colline liguri, che conoscevo bene per più di una ragione. I luoghi di Brunetti li avevo frequentati ripetutamente, dunque potevo illustrarli con dovuta cognizione di causa, soffermarmi su particolari che ricordavo bene.
Il fatto di contare su una buona memoria visiva dei luoghi mi aveva favorito nel provare a soffermarmi su colori, atmosfere, tensioni, prendendo spunto da quegli incredibili strapiombi che i panorami delle colline che si dispiegano sotto la frazione Brunetti si dipanano con un senso dello stupore visuale, tale da lasciarmi ogni volta senza fiato. Ecco, era proprio quella specie di vertigine che provavo, mentre camminavo lungo quella strada discendente e che, di colpo, oltrepassata la curva estrema, l’ultima dopo la piccola chiesa, si immerge in una radura verde che abbraccia e sommerge la strada asfaltata, poco più di una corsia, nonostante sia una provinciale, e si diriga addirittura verso due confini di Stato: quello autostradale verso Menton e quello verso Breil.
Cominciai a scrivere seguendo queste coordinate. Sapevo che l’idea di rinunciare, almeno per una prima fase della narrazione, ai dialoghi non era affatto semplice da realizzare, da mettere su carta. Ricorrere allo strumento dei dialoghi, ho sempre letto dalle testimonianze di vari scrittori famosi, era sempre un espediente riposante. Per me non lo era.
Preferivo far parlare la voce del narratore, dell’io narrante, di quest’uomo stanco di 70 anni che aveva svuotato la sua casa di Bordighera per destinarla agli affitti per vacanze dei turisti, preferendo nascondersi tra le colline, ritrovare una nuova dimensione di serenità, e non rendendosi conto di trovarsi di fronte a tanti, troppi dilemmi, ad un vero e proprio domandare a se stesso quale fosse il destino futuro della sua vita, di fronte ad una tragedia familiare con la quale non riusciva a fare i conti, di fronte ad un lutto che non voleva elaborare.

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