Achille Maccapani Blog

aprile 5, 2010

La genesi di “Bacchetta in levare” (7° e ultima puntata)

Filed under: Uncategorized — achillemaccapani @ 12:00 am

Verso la metà del 2009, su stimolo di Marino Magliani, ero entrato a far parte della redazione del blog letterario “La poesia e lo spirito”. Prima di esserne ammesso, avevo inviato due articoli, regolarmente pubblicati, e che erano piaciuti al direttore Fabrizio Centofanti. Proprio a don Fabrizio, che è anche parroco dalle parti di Trastevere, mi permisi di sottoporre Bacchetta in levare. Gli piacque a tal punto da propormi di pubblicarne il prologo. Ero indeciso se accettare, temevo che in tal modo un pezzo di fattore inedito sarebbe scomparso, ma decisi di rischiare.

Il prologo uscì sul blog, intitolato: “L’ultima recita”. E per qualche settimana non riscontrai alcun commento. Poi, improvvisamente, fu ancora Marino Magliani (che nel frattempo aveva letto e apprezzato questo romanzo durante l’estate) a contattarmi, e a segnalarmi che si era sentito con Bartolomeo Di Monaco, al quale – nel frattempo – era piaciuto il romanzo Confessioni di un evirato cantore, fresco di pubblicazione con Frilli, al punto tale da recensirlo su alcune web riviste letterarie. La sua email fu sintetica, ma precisa: mi suggeriva di sottoporre il romanzo a Marco Valerio editore.  Lo ascoltai, e dopo pochi giorni inviai la busta con il dattiloscritto all’editore torinese.

Dopo appena una decina di giorni (era la fine di novembre del 2009), ricevetti sul telefono cellulare una chiamata. Era la Marco Valerio editore che mi comunicava di aver gradito la ricezione di Bacchetta in levare, proponendomi la pubblicazione nella loro collana I Faggi. Dopo una breve trattativa telefonica, ho deciso di accettare la loro proposta.

Poi è seguita la solita trafila che precede la pubblicazione: il contratto editoriale, la correzione delle bozze inframezzata dai dubbi ulteriori sulla struttura e sulle parti inutili da eliminare, per responsabilità ulteriore verso il lettore. Dopo due anni di distacco effettivo dalla fine della stesura, ero riuscito ad essere un po’ più obiettivo verso me stesso, e devo ammettere di essere ancora soddisfatto del risultato finale, pur rendendomi conto che spesso c’erano ripetizioni di troppo, piccoli particolari da perfezionare: approfittai dell’occasione delle bozze per intervenire con un certo grado di preoccupazione e scrupolo.

Poteva sembrare un eccesso di zelo, per me non lo era. Il rispetto profondo che provo per il lettore che sceglie di dividere qualche ora del suo tempo per leggere un mio romanzo mi responsabilizza, e mi spinge a migliorarlo il più possibile. Fin dove mi è possibile.

Credo anzi sia proprio il caso di soffermarmi su questi ulteriori tagli, su questo editing finale. All’editore, preciso, il testo era piaciuto così come lo avevo spedito, anche perché era già stato pulito e riveduto diverse volte. Però… quando ho ricevuto la prima bozza, e ho iniziato a sfogliare le pagine del testo, una dopo l’altra, mi sono reso conto che qualcosa ancora non andava.

Ho chiesto quindi ad una copisteria in città di prepararmi una copia della bozza, rilegata come se fosse un libro. Non c’era la rilegatura filorefe, ma almeno potevo contare sull’effetto di avere il libro tra le mani, e verificare direttamente la potenziale reazione del lettore ipotetico.

Dopo un paio di giorni dalla richiesta, mi sono trovato la copia rilegata tra le mani. E ho cominciato a rileggere. In quel momento mi sono reso conto che c’era ancora qualcosa da tagliare. Mi riferisco ad una serie di divagazioni e ricordi dell’io narrante principale, che magari aggiungevano qualcosa di più alla ricostruzione della sua personalità, ma che nel contempo rischiavano di appesantire ulteriormente la struttura della narrazione. Potevo immaginarmi il lettore che avrebbe detto, tra sé e sé:

– Uffa, ma quando la finisce di raccontarmi dei funerali di Toscanini?

È vero, quella divagazione faceva parte del passato vissuto del protagonista, degli anni di gavetta come orchestrale alla Scala, vissuti negli anni Cinquanta, ma dovevo rendermi conto se ne valesse la pena. E questo è un primo esempio.

Un altro caso curioso. All’epoca della stesura, in un dialogo tra due personaggi si faceva riferimento, ad un certo punto, al regista australiano Baz Luhrmann, per il fatto che aveva saputo modernizzare Shakespeare, senza cambiare una parola del testo di Romeo e Giulietta. Ebbene, una scena chiave di questo romanzo è rappresentata, come dicevo prima, da Nimrod di Sir Edward Elgar.

Proprio nel mese di gennaio 2010, infatti, un canale televisivo (Sky Cinema 1) stava riproponendo l’ultimo film di Luhrmann, Australia. E casualmente di sono accorto che una scena chiave, sul finire di questo kolossal avventuroso, era sottolineata, anch’essa, dall’utilizzo di Nimrod!

C’è da considerare che la citazione di Luhrmann e l’utilizzo di Nimrod sono situate in due punti differenti, e tra loro distanti, del romanzo. Ma mentre per me Nimrod assumeva un significato strategico nella narrazione, anzi riveste una valenza strategica, perché costituisce l’elaborazione totale del lutto, e soprattutto l’uscita da questo tunnel periglioso che è la mente umana, la citazione non era indispensabile. Piuttosto poteva far sembrare un fattore di plagio, sia pure indiretto, quando il romanzo era stato scritto in epoca antecedente all’uscita nelle sale cinematografiche di Australia (16 gennaio 2009). Ho quindi deciso di togliere il riferimento a Luhrmann.

Tutto questo per spiegare che la fase di rilettura del dattiloscritto di un romanzo, quando si trasforma in bozza, in un potenziale libro, in un prodotto editoriale che sarà messo in vendita, a disposizione dei lettori potenziali, implica una serie di variabili e dinamiche, non spiegabili nel dettaglio, ma riassumibili in questo punto: di fronte all’imminenza dell’uscita, chi scrive deve sentirsi più autocritico verso se stesso, non può crogiolarsi pensando che il lavoro è finito, che si va dritti verso la pubblicazione, tutt’altro, si deve rivedere tutto con una preoccupazione di verifica, per rendersi conto di come il romanzo è impaginato, come cadono le pagine, come il flusso di narrazione si dispiega, come la tensione riesca a rimanere alta…

Avevo detto che non è facile spiegare questa fase in poche parole, è più un intervento di sostanza che di forma, perché ci si rende conto che, quando si impagina, si deve essere sicuri, o quantomeno consapevoli, del risultato finale. Insomma, una vera faticaccia. Che però non è affatto inutile.

Perché comunque tutta l’attesa trascorsa, prima della data fatidica della ricezione della prima bozza, mi aveva fatto maturare ulteriormente, e soprattutto mi aveva fatto comprendere una volta di più che un romanzo, se è veramente buono, prima o poi trova un buon editore. Basta saper aspettare e soprattutto saper dire no ai vari editori a pagamento, come ho fatto io, che ho respinto alcune proposte pervenutemi in tal senso anche da nomi insospettabili, ma che si sono rivelati una somma delusione.

Ora che la seconda bozza è stata licenziata, posso sentirmi decisamente più sereno. Immagino già che, dopo la ricezione delle prime copie, proverò una certa emozione, e magari mi pentirò di questo o quel passaggio espositivo. Ma ciò che conta per me, e per il romanzo Bacchetta in levare, è che finalmente la parola e il giudizio passi al lettore.

Sinceramente non credo di aver creato, con Bacchetta in levare, un prodotto narrativo innovativo, ma sono certo di aver provato a raccontare una storia capace di coinvolgere, commuovere e divertire il lettore. E forse anche provando a comunicare, dal foglio scritto, le emozioni di un dolore profondo che, pur derivante da una trama di finzione, sono comunque vere, vissute e condivise.

Ventimiglia, 21 marzo 2010

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