Achille Maccapani Blog

marzo 25, 2010

La genesi di “Bacchetta in levare” (2° puntata)

Filed under: Uncategorized — achillemaccapani @ 8:00 am

Il ritmo lavorativo nei comuni dell’entroterra di ponente, che ho affrontato tra l’autunno del 2000 e il dicembre 2004, mi permise di meglio conoscere ed amare gli stessi luoghi nei quali Francesco ambientava i suoi romanzi, pur ricorrendo a nomi di località di fantasia, come Varaira, ma nel contempo rischiava di trasformarsi in una gabbia ossessiva, forse dovuta alla mia difficoltà di accettare l’idea di restare in quei luoghi a lavorare per chissà quanti anni.
Perché le ossessioni e le tensioni che emergevano nell’Angelo di Avrigue erano le stesse che animavano e contraddistinguevano il popolo apricalese. Non ero capace di accettare l’idea di vivere per tutta la vita in un luogo chiuso tra le colline, senza sentire la vicinanza col mare.
Scelsi così di chiudere la mia esperienza vissuta in quel mondo, in quella realtà difficile, dopo cinque anni di dolorosa gavetta e dal Natale del 2004 ricominciai a vivere con maggiore serenità. Proprio durante quei mesi, vincendo quel blocco che mi impediva di sbloccarmi, e solo dopo qualche anno dalla scomparsa di Francesco Biamonti, iniziai a scrivere storie, romanzi, dopo essermi reso conto di quanta vacuità si nascondesse dietro le ennesime modifiche legislative da seguire e commentare, frutti di ben altre logiche lontane, rispetto al desiderio di riordinare i vari settori normativi e alla necessità di garantire un ordine.
Mi ero convinto che la stabilità e l’ordine nel sistema giuridico italiano, soprattutto nel campo del diritto amministrativo, fosse poco più che una chimera, alla luce di un continuo mutamento che non lasciava un attimo di respiro, e appariva dinanzi a me come qualcosa di molto instabile. La certezza del diritto aveva smesso di esistere da troppi anni, perlomeno per il mio lavoro, al punto tale da dover dipendere dalle sentenze dei vari tribunali amministrativi regionali e delle sezioni della Corte dei Conti. Proprio in quel periodo maturai dunque la scelta di una vita divisa in due: da una parte, quella del mio lavoro, dall’altra, quella delle letture e delle scritture. Senza che l’una interferisse con l’altra. E soprattutto senza che venisse meno il mio attaccamento al lavoro, quello vero.
Ero dunque immerso nei vari progetti dei romanzi, quando durante l’estate del 2006, era la fine di agosto, pensai all’idea di una scena chiave, quella di un direttore d’orchestra che durante l’ultima recita della Traviata di Verdi al Festival di Salisburgo decide di dire basta al mondo circostante, a tutte le problematiche di una quotidianità fatta di prove, recite, interviste, concerti, viaggi aerei, e di rifugiarsi tra le colline del ponente ligure. Il luogo per questo esilio volontario lo avevo già in testa: Brunetti, una frazione collinare di Camporosso, incastonata tra Dolceacqua e l’entroterra di Ventimiglia. Un luogo incantevole, e che conoscevo per motivi familiari: una piccola villetta sull’ultima curva, prima del confine con Arcagna, è di proprietà di mio suocero, e lì avevo vissuto per parecchio tempo. L’ambientazione perfetta.
Ma c’era anche un altro stimolo. Ero reduce dalla stesura del romanzo Delitto all’Aquila nera, un noir ambientato tra Ventimiglia e l’entroterra durante l’estate del 2001, quella del G8, frutto delle mie esperienze vissute, anche lavorative, passate tra Dolceacqua e Apricale. Il dattiloscritto non era stato accettato da due editori: ricordo, in particolare, che il direttore editoriale di una di queste case editrici aveva detto che in quel romanzo c’erano troppi dialoghi, forse fingendo di non sapere che, ad esempio, Uomini e no di Vittorini fosse un romanzo fatto esclusivamente di dialoghi.
Quasi per ripicca, avevo quindi maturato l’idea di raccontare una storia che, per una larga parte del suo sviluppo, fosse del tutto priva di dialoghi. Nemmeno un trattino, pensavo, piuttosto il discorso indiretto. Anzi, questo espediente mi sarebbe servito per delineare un carattere tipico di questo territorio, o piuttosto un modo di vivere in queste terre, e cioè attraverso un’introversione esasperata, un senso di solitudine marcata, che avrebbe potuto cominciare a sciogliersi solo nel momento in cui il protagonista si sarebbe trovato sul treno, e comunque in un luogo distaccato dalla terra, in viaggio verso un altro luogo, un’altra realtà, un altro mondo. E mi sarei divertito a stupire il lettore con le sorprese della seconda parte, quando i vari io narranti spuntano fuori, uno dopo l’altro.
Ricordo ancora adesso quella sera di fine agosto del 2006, quando scrissi di getto il prologo di Bacchetta in levare. Con il libretto di Francesco Maria Piave sulla parte sinistra del tavolo, e il file video del terzo atto della Traviata nell’interpretazione di Angela Gheorghiu, diretta da Sir Georg Solti al Covent Garden di Londra, sul pc portatile. Tutto venne giù diretto, come una colata lavica, come qualcosa che avevo maturato dentro di me, e che teneva dentro i primi germi di una trama che avrebbe poi dovuto svilupparsi nel corso della narrazione. Di solito la prima stesura non è mai quella buona, ma in quell’occasione si era talmente accumulata una tensione forte in me, al punto tale da buttare giù l’ossatura di un racconto che, per il 70 %, era già pronto.
A quel punto, dovevo mettermi al lavoro attraverso una scaletta. Che scrissi in un paio di serate nel settembre 2006. Proprio durante quelle settimane venni a conoscenza che la fondazione Ambrosianeum di Milano aveva indetto un concorso letterario per la ricerca di romanzi inediti, aperti al dramma esistenziale umano: ricordo anche le parole di incoraggiamento di Ferruccio Parazzoli riportate in un articolo pubblicato su Vita e Pensiero, e ripreso anche sul sito di Giuseppe Genna, e le sue forti provocazioni rivolte a dare voce a romanzi che uscissero dai confini angusti delle piccole storie personali, e che dessero voce ai problemi dell’esistenza, alle vere inquietudini di questa società contemporanea. Di tempo a disposizione ce n’era, eccome. Decisi così di mettermi al lavoro.
In realtà il dettaglio della scaletta era tutto concentrato attorno alla prima parte. L’idea di base era quella di raccontare la solitudine dell’io narrante tra le colline liguri, che conoscevo bene per più di una ragione. I luoghi di Brunetti li avevo frequentati ripetutamente, dunque potevo illustrarli con dovuta cognizione di causa, soffermarmi su particolari che ricordavo bene.
Il fatto di contare su una buona memoria visiva dei luoghi mi aveva favorito nel provare a soffermarmi su colori, atmosfere, tensioni, prendendo spunto da quegli incredibili strapiombi che i panorami delle colline che si dispiegano sotto la frazione Brunetti si dipanano con un senso dello stupore visuale, tale da lasciarmi ogni volta senza fiato. Ecco, era proprio quella specie di vertigine che provavo, mentre camminavo lungo quella strada discendente e che, di colpo, oltrepassata la curva estrema, l’ultima dopo la piccola chiesa, si immerge in una radura verde che abbraccia e sommerge la strada asfaltata, poco più di una corsia, nonostante sia una provinciale, e si diriga addirittura verso due confini di Stato: quello autostradale verso Menton e quello verso Breil.
Cominciai a scrivere seguendo queste coordinate. Sapevo che l’idea di rinunciare, almeno per una prima fase della narrazione, ai dialoghi non era affatto semplice da realizzare, da mettere su carta. Ricorrere allo strumento dei dialoghi, ho sempre letto dalle testimonianze di vari scrittori famosi, era sempre un espediente riposante. Per me non lo era.
Preferivo far parlare la voce del narratore, dell’io narrante, di quest’uomo stanco di 70 anni che aveva svuotato la sua casa di Bordighera per destinarla agli affitti per vacanze dei turisti, preferendo nascondersi tra le colline, ritrovare una nuova dimensione di serenità, e non rendendosi conto di trovarsi di fronte a tanti, troppi dilemmi, ad un vero e proprio domandare a se stesso quale fosse il destino futuro della sua vita, di fronte ad una tragedia familiare con la quale non riusciva a fare i conti, di fronte ad un lutto che non voleva elaborare.

marzo 24, 2010

Scissione tra le due vite

Filed under: Uncategorized — achillemaccapani @ 7:42 pm

La maggior parte, anzi, la quasi totalità degli scrittori non vive di libri o romanzi. Piuttosto è ormai appurato il fatto che la scrittura non abbia nulla a che fare con l’altra vita, quella lavorativa. Ripensando ai grandi scrittori e poeti, mi viene in mente il caso di Alessandro Quasimodo, che lavorava quale ingegnere al genio civile presso il ministero dei lavori pubblici, oppure di Primo Levi, che faceva il chimico.
A maggior ragione, nell’epoca odierna, dove esiste una miriade di case editrici, e si pubblicano oltre 60mila libri nuovi all’anno (quali di questi sopravvivranno, è tutto da vedere…). Molti autori, giustamente, sanno bene che gli anticipi rappresentano un istituto destinato all’estinzione e che non sempre la promozione editoriale è sinonimo di sicuro successo. Ho conosciuto scrittori che, nella vita reale, fanno tutt’altro lavoro rispetto a quello della scrittura narrativa. E non necessariamente altrettanto appagante. Uno, ad esempio, fa il dirigente in una ditta di tubi per trasmissione dati. Un altro fa il portiere di notte in albergo. Un altro ancora fa il perito informatico: o meglio, più di uno. E potrei citare altri esempi: antiquari, funzionari all’agenzia delle dogane, docenti di liceo classico o scientifico, medici di base, sceneggiatori per fumetti, sceneggiatori per la fiction tv (una categoria, quest’ultima, molto ricercata, visto il caso Carrisi), e perfino tecnici programmatori di software house.
Tutto questo per dire che il 99, o poco meno, per cento degli scrittori non vive di sola scrittura.
Perchè dico questo? Le riflessioni emerse durante il confronto con alcuni spettatori, in occasione di un incontro di presentazione del romanzo “Confessioni di un evirato cantore”, tenuto presso il ristorante Romoloalmare di Bordighera, mi confermano, una volta di più, di come sia fortemente difficile creare una vera linea di dialogo tra chi scrive e chi legge. Molto spesso chi scrive pensa di avere in mano la linea giusta per comunicare col lettore, quando in realtà non sa di comunicare solo con se stesso, e magari gli manca il senso autocritico nel ripensare al prodotto finito, a domandarsi se quel testo potrà piacere o meno al lettore.
Scrivere non è una passeggiata. Piuttosto assume i caratteri di un vero e proprio lavoro. Ma che è scisso, è diviso rispetto alla vita lavorativa. In quest’ultima prevalgono altre dinamiche, altri meccanismi, altri sistemi, che non dipendono dall’individualità delle scelte, quanto dalla logica di programmazione di un sistema di aziendalizzazione. Però, quando termina la fase della giornata dedicata alla vita lavorativa, appunto, si apre un altro varco, diverso. Una vita parallela, del tutto divisa, disgiunta rispetto a quella quotidiana, fatta di impegni e doveri tipici del rapporto lavorativo.
Chi si dedica alla scrittura sa bene che i due aspetti non coincidono e non devono coincidere. Ad esempio, sicuramente l’azienda sociosanitaria locale di Como non andrà certamente a prendersela col proprio medico di base Andrea Vitali (peraltro, bravissimo scrittore), solo per il fatto che Bellano, piccolo comune sul lago di Como, sia lo scenario dei suoi coinvolgenti romanzi; piuttosto non potrà che esserne contenta, visto che un paese come Bellano, e le sue storie dei decenni passati, vere o reinventate che siano, è ora conosciuto in tutt’Italia.
Scrivere è una splendida terapia “contro il logorio della vita moderna”, ma nel contempo rappresenta un impegno nei confronti del lettore, soprattutto per metterlo di fronte a nuove sfide, tali da intrattenerlo, coinvolgerlo, farlo sorridere, piangere, commuoversi.
Non sono un fan della narrativa fantasy, lo ammetto, ma l’intuizione di Cornelia Funke dei personaggi dei romanzi che rinascono davanti a chi li legge ad alta voce è davvero potente; rivedendo stasera “Inkheart” (peraltro girato tra Balestrino, Alassio, Entracque e… perfino Fanghetto!), mi sono emozionato, nel vedere quanta potenza riesca ad esprimere il valore della lettera scritta, di come essa si ponga davanti al lettore.
Un’emozione che nasce da un lavoro artigianale lento, faticoso, arduo, ma che, giunti al guado, suscita una soddisfazione notevole.
Dunque il fatto di scrivere, pur non rappresentando un lavoro a tempo pieno, assorbe tantissimo lo sforzo di concentrazione, anche con dilatazioni temporali elevate: per uno scrittore non a tempo pieno, la lavorazione di un romanzo si dilata su tempi lunghi anche per questa ragione. E permette di ragionare con equilibrio per giungere ai migliori risultati possibili, con spirito di umiltà e desiderio di crescere e progredire nel lavoro di scrittura.

marzo 23, 2010

La genesi di “Bacchetta in levare” (1° puntata)

Filed under: Uncategorized — achillemaccapani @ 12:57 pm

Spesso capita che la nascita di un nuovo romanzo rappresenti in sé una storia da raccontare. Nella maggior parte dei casi, non proprio. Ho sentito raccontare da più di uno scrittore che la genesi di questo o quel romanzo era stata tranquilla, senza intoppi. Per Bacchetta in levare, viste le circostanze, non era stato certamente il caso di una genesi senza problemi particolari. Anzi.
Giustamente ci si chiede da quale cellula ispirativa si decide di partire per la stesura di un romanzo. In questo caso, l’idea di partenza era quella di immergermi nella personalità di un uomo di 70 anni, messo di fronte ai drammi della vita, e in particolare ad una perdita umana dalle proporzioni immani, e che decide di troncare i rapporti con il mondo circostante. Ho sempre avuto il desiderio di raccontare questo lato della vita, forse perché spinto da una vicenda personale che mi ha toccato profondamente tra la fine del 1993 e l’inizio del 1994: quella della morte improvvisa per tumore della madre della mia fidanzata, rimasta orfana a 28 anni.
Durante quelle settimane dure, difficili da dimenticare, e che ti segnano, anche se non ne sei direttamente coinvolto, mi ero reso conto che non sarei più stato lo stesso di prima, e soprattutto che di fronte alla morte, a quella presenza fisica, fatta di carne, e non più di vitalità, di una carne non più animata dal flusso del sangue, dal colore pallido, sarei rimasto segnato negli affetti e nel dolore. Al punto tale da iniziare a maturare la decisione di lasciare la Lombardia e a trasferirmi nel ponente ligure, la terra di colei che poi è diventata mia moglie.
Ecco perché il mio vissuto è composto da due realtà territoriali: quella del Nord padano, della Lombardia di confine tra più province (Milano, Bergamo, Cremona), da una parte, e quella del ponente ligure che avevo cominciato a conoscere attraverso i romanzi di Francesco Biamonti, che non conoscevo affatto. Avevo sentito parlare dei romanzi di Nico Orengo, durante gli anni vissuti a Inzago, ma di striscio, senza particolare necessità. Invece Biamonti era, per me, sconosciuto.
Eppure, quando affrontai L’angelo di Avrigue, mi trovai di fronte ad un universo nuovo, sconosciuto, che solo durante gli anni lavorativi passati tra i comuni di Apricale e Dolceacqua mi resi conto che in realtà si trattava degli stessi scenari raccontati e, per certi versi, trasfigurati da Francesco. Per poi scoprire, qualche anno più tardi, che il percorso della strada che congiunge Apricale a Isolabona rappresentava uno degli scenari di questo immenso “carrugio ligure” all’interno del quale si dispiega la trama del Sentiero dei nidi di ragno di Italo Calvino, frutto evidente dei suoi anni di giovane partigiano, vissuti tra le colline di Bajardo, Apricale e Isolabona, lungo le rive del Merdanzo.
Così, dopo che mi sono sposato, pur scegliendo per i primi anni di continuare a lavorare tra i comuni della bassa bergamasca, trascorrevo le tappe del mio percorso di pendolare tra i treni durante i fine settimana. Il venerdì staccavo verso le ore 13, prendevo l’autostrada entrando dal casello di Osio Sotto, raggiungevo la Serravalle uscendo ad Agrate Brianza, per poi parcheggiare nel silos di Cascina Gobba, la metropolitana mi portava dritto in Stazione Centrale a Milano per salire sul treno Basilea – Nizza: alle 15’10 mi staccavo fisicamente dalla terra lombarda, fatta di un dialetto bergamasco stretto ma per me ancora comprensibile, dalla lettura quotidiana dell’Eco di Bergamo, dalle nebbie e dai freddi gelidi di un inverno che non voleva mai finire, sentendomi così un uomo a metà tra due orizzonti radicalmente opposti tra loro.
Dopo un po’ di tempo, non riuscivo a restare seduto nello scompartimento, mi piaceva scrivere, già all’epoca, anche se mi occupavo di commenti giuridici, convinto – e forse illudendomi più del necessario – com’era che fosse bello e interessante analizzare le nuove riforme legislative destinate a cambiare l’Italia, e così mi trasferivo nel vagone ristorante dove potevo contare su una spina di corrente per collegare il pc portatile. Lì trovavo, molto spesso, un signore anziano che era salito a Genova. Portava con sé una valigia leggera da viaggio, forse aveva dormito da qualche altra parte, e tornava pure lui nel ponente. La sua faccia mi era nota, lo avevo già visto da qualche parte, forse su un giornale. Ci vollero parecchi viaggi per rendermi conto che lui era Francesco Biamonti.
Ci presentammo, e iniziammo a parlare. Lui conversava con voce bassa, ma dentro di sé c’era un universo fatto di un ponente dagli orizzonti culturali ben più ampi di quelli che mi aspettavo di trovare. Certo, conoscevo il legame che univa il ponente con la Francia meridionale, la vicinanza con Marsiglia, mi rendevo conto di come il dialetto ventimigliese fosse intriso di influssi francofoni, e che fosse compreso addirittura dai camalli che lavorano nei porti del Portogallo e del Brasile, ma non avrei mai creduto che queste linee di unione fossero ben più ampie e profonde, tali da abbracciare l’intera costa del Mediterraneo. E mentre lo ascoltavo, restavo stupito dalla sua umanità, dal suo conversare, dal suo modo di coinvolgermi nei suoi ragionamenti.
Venivo da fuori, dalla pianura del Nord, dal profondo Nord raccontato nei dibattiti vivacissimi di Milano Italia, di un Nord che vivevo con tutte le viscere di un’energia di rivincita nei confronti di Roma, abituato alla parlata dei bergamaschi che esibivano orgoglio lavorativo e identità padana, dalle tensioni di un Nord produttivo lombardo, animato solo dal desiderio di laurà laurà laurà dalla mattina presto fino al tramonto, e perfino la domenica mattina presto per finire la villetta nuova, e mi accorgevo, osservando dai finestrini del treno che, a mano a mano, macinava le fermate di Alassio, Albenga, Andora, stavo entrando in un altro mondo.
La presenza di Francesco durante quei viaggi ferroviari del venerdì simboleggiava per me l’ingresso in una realtà diversa rispetto a quella in cui avevo vissuto durante gli anni della mia infanzia, dell’adolescenza, e soprattutto della fase lavorativa. Dovevo compiere il balzo decisivo, decidere di non restare per troppo tempo a metà tra questi due mondi. Pertanto quando decisi di trasferirmi totalmente in Liguria, cogliendo l’occasione di una chiamata lavorativa nel savonese, lo feci senza pensare più di tanto, pur sapendo che l’impatto non sarebbe stato sereno.
Durante quegli anni, dunque, avevo vissuto in parte l’impatto che aveva affrontato il mio suocero, di fronte alla perdita di sua moglie Mara. E il suo coraggio di scegliere di dedicarsi completamente a mia moglie e a me, convinto che noi rappresentassimo il suo futuro. Lui aveva avuto coraggio nella scelta di non chiudersi, di non gettare la spugna. Ma mi domandavo quanti altri non avessero avuto quella forza interiore, quell’energia, anche nonostante il sostegno di una fede, per quanto radicata e comunque riconquistata giorno dopo giorno.
Nel frattempo, iniziavo a cercare di avvicinarmi ulteriormente con il lavoro. E durante una serie di questi viaggi, era l’inizio del 2000, incontrai nuovamente Francesco. Stavolta ero con mia moglie, e scoprii che si conoscevano. Perché Francesco conosceva da parecchi anni la zia di mia moglie, che era stata a sua volta insegnante alla scuola media di Ventimiglia, e ci si trovò insieme in un pub di Soldano a chiacchierare insieme per ore e ore.
A quell’epoca stava lavorando al suo nuovo romanzo, quello successivo a Le parole la notte, ma prima di mettersi a scrivere ci disse che si era messo a rileggere la produzione poetica di Francesco Petrarca per comprendere l’animo femminile da lui descritto, e poi continuava a chiedermi se avessi voluto pensare di scrivere, di tirare fuori qualcosa di significativo. Eppure dentro di me avevo ancora un blocco pazzesco.
Non avrei dovuto scrivere nulla, così mi aveva detto in un pomeriggio del 1985 Luca Doninelli, nel sostenere che ero più portato per la saggista che per la narrativa, e mi divertivo dunque a commentare per un mensile giuridico livornese leggi, decreti legislativi, ad entrare dentro logiche organiche, senza sapere che sarebbe bastata dopo un anno o due una piccola modifica, frutto di qualche abile emendamento parlamentare, durante il solito treno annuale della legge Finanziaria, per buttare all’aria le linee progettuali di questo o quel governo. Ma non gli dissi nulla, chissà mai se avrebbe capito questi sentimenti che si agitavano dentro di me.

marzo 21, 2010

Backstage a puntate

Filed under: Uncategorized — achillemaccapani @ 2:33 pm

Come già annunciato, il prossimo 6 aprile uscirà il mio nuovo romanzo “Bacchetta in levare”, pubblicato da Marco Valerio Editore.
In attesa della data suddetta, ho quindi pensato di proporre, a partire dai prossimi giorni, un vero e proprio backstage interamente dedicato a questo romanzo.
Naturalmente non svelerò nulla di nuovo, a proposito della trama, rispetto a quanto già raccontato in precedenza.
In realtà, questa sarà l’occasione per raccontare come nasce un romanzo, oltre ad una serie di riflessioni che potrebbero essere utili anche per molti aspiranti scrittori, esordienti e altri.
A presto, dunque, su questo blog!

febbraio 21, 2010

Paolo Cacciolati legge e analizza “Confessioni di un evirato cantore” su “Bottega di lettura”

Filed under: Uncategorized — achillemaccapani @ 12:40 am

(Girando sulla rete, ho scoperto con felice sorpresa la recensione dedicata al romanzo “Confessioni di un evirato cantore”, pubblicata su “Bottega di lettura”, e che porta una firma significativa: quella di Paolo Cacciolati. Come sanno gli addetti ai lavori, Cacciolati è laureato in legge, vive in provincia di Cuneo e lavora nell’imprenditoria privata torinese, ma è un grande appassionato di letture e scritture. Un suo romanzo inedito, finito tra le mani di Aldo Nove, è stato scelto dal gruppo editoriale Mauri Spagnol, e pubblicato sotto il marchio TEA Libri. “Digestione del personale”, il suo atteso esordio, è una vera e propria “killing machine”, nella quale l’estro vocale di Rob Halford e la possente ritmica dei Judas Priest sono sostituiti da un ritmo cinematografico a metà tra Scorsese e Tarantino, nell’illustrare lo scenario contemporaneo di un’Italia sempre più alla deriva, quella delle piccole e medie imprese, alle prese con i fondi per la formazione, le piccole e grandi corruzioni nel mondo aziendale. Un tema, questo, che sta attirando evidentemente la nuova narrativa italiana, visto che proprio di recente pure Sergio Paoli nel romanzo “Monza delle delizie” ha battuto lo stesso terreno. Ma torniamo all’Evirato secondo Cacciolati. Quella che mi ha più colpito è stata la sua analisi, la sua visione complessiva di questo romanzo, tale da vedere in esso la contemporaneità delle azioni, delle gesta, delle situazioni, e soprattutto i punti in comune con l’epoca (triste) dei giorni nostri. Purtroppo le tematiche attorno alle quali ci si trova a dibattere non sono cambiate, e si capisce davvero quanto il passato, pur facendoci da maestro, in più di un’occasione si è rivelato inascoltato da noi contemporanei. Per chi ha studiato la cultura classica, l’apertura mentale, il senso critico, la capacità di un’analisi profonda che vada ben oltre il contingente, non verrà mai meno. Ecco perchè questa lettura di Paolo Cacciolati, oltre a conquistare, rappresenta per me lo sprone, lo stimolo a fare di più, meglio, e perfezionarmi. E per questo lo ringrazio vivamente.)

Potrei titolare questo pezzo le cose che dovete sapere per scrivere un romanzo storico. Io è da una vita che vorrei scrivere un romanzo storico, ma mi hanno sempre bloccato mille dubbi. Come parlano le persone vissute qualche secolo fa? Che razza di dialoghi metto loro in bocca? Che pensieri vomerano i loro prati mentali? E, naturalmente, come fanno l’amore?
Queste sono solo alcune tra le domande più stupide che mi vengono in mente.
Leggendo Confessioni di un evirato cantore, di Achille Maccapani, non ho trovato esattamente le risposte che mi aspettavo, ma ci sono andato vicino. E poi mi sono ricordato di quella frasetta che al liceo buttava lì il prof di greco, leggendoci Archiloco. L’uomo è sempre lo stesso, e così i suoi pensieri.
Più che un romanzo storico, definirei Confessioni di un evirato cantore un romanzo in costume, dove il lettore si immerge nei costumi di quella che è stata l’ultima epoca di sfarzo nobiliare, il periodo tra fine settecento e inizio ottocento, a cavallo tra rivoluzione e restaurazione, prima che lo tsunami storico della borghesia spazzasse via quel mondo fatto di alte (o basse) corti.
Così, per dirla con Marino Magliani che scrive la quarta di copertina (e per soddisfare uno dei miei balenghi quesiti di cui sopra), impariamo come un evirato potesse condurre al delirio -non solo dei sensi- le damazze dell’alta società, tra nastri e cuscini, parrucchini e concerti. E non solo. Impariamo come ci si sfidava a duello, gli intrighi di corte, l’ammissione a una loggia massonica, come si vestivano le ragazze negli strusci milanesi di inizio ottocento e cento altri dettagli che tratteggiano l’epoca meglio di un manuale di storia.
Ma sto volutamente trascurando il vero protagonista di questo libro. No, non è Luigi Marchesi, il nostro evirato cantore, primo sopranista del Teatro alla Scala, che ci prende per mano a seguire le sue avventure tra successi e pericoli in una società divisa tra la dominazione austriaca e la cometa napoleonica. Il Marchesi ha solo funzione di psicopompo nel condurci al vero protagonista della storia, ovvero a quello che potrebbe essere l’ospite dominante, tra le passioni del nostro Achille Maccapani. La scrittura? chiedete voi. Nooo, perlomeno non solo, rispondo io. La storia? Proverà a dire qualcun altro. Certo, dico io, nel nostro autore è evidente la cura per il dettaglio storico, il gusto per la riproduzione fedele della società dell’epoca. Ma non è neppure questa, secondo me, la sua vera passione.
I più perspicaci tra voi avranno sicuramente capito quale sia la più grande passione di Achille Maccapani, che emerge inesorabile in questo libro, prima in modo sommesso, come pisciatine fatte di nascosto all’ombra di un portone, poi in modo sempre più prepotente. Chi non ha ancora capito ovviamente non deve far altro che leggere il romanzo.
La narrazione ha un ritmo veloce, attacca con Luigi Marchesi che nel pieno di un incontro amoroso deve fuggire dai sicari e commette un omicidio. Poi il risveglio notturno e la consapevolezza dell’amaro che gli ha lasciato quel sogno: una vita trascorsa a rincorrere obiettivi fatui. Così matura la decisione di parlare con Padre Francesco, un giovane prete di campagna ai confini tra il Naviglio e l’Adda. Instaurerà con lui un fitto dialogo, attraverso vari incontri. E’ lo stratagemma che permette al protagonista, e a noi con lui, di ripercorrere tutte le tappe della sua vita a dir poco movimentata.
Foscolo, Mozart, Paganini, sono solo alcuni dei personaggi che il nostro incontrerà lungo il suo cammino. Non dico dove condurrà questo cammino, per non togliere al lettore il gusto della sorpresa, ma certo il percorso risulta leggiadro a seguirsi, lieve come una delle piume adornanti i cappellini delle nobildonne che si accompagnano al nostro evirato cantore.

Achille Maccapani, Confessioni di un evirato cantore, Fratelli Frilli, pp. 478, euro 15,90

febbraio 18, 2010

Il nuovo romanzo

Filed under: Uncategorized — achillemaccapani @ 5:42 pm

Durante questi ultimi mesi, sono accaduti alcuni avvenimenti importanti che riguardano la mia attività di scrittore.
Anzitutto ieri ho firmato il nuovo contratto editoriale per la pubblicazione di un romanzo, per i tipi della Marco Valerio Editore.
Questo romanzo (il quarto) è totalmente diverso, rispetto ai precedenti, e soprattutto è ambientato in parte nel ponente ligure di confine (per la precisione, l’asse Trucco – Brunetti – Dolceacqua, dunque l’entroterra di Ventimiglia) in parte a Salisburgo e Lucerna.
Si tratta di un romanzo che tratta di tematiche moderne, e comunque fortemente attuali: il precariato esistenziale, quello lavorativo, l’ansia e la paura del futuro incombente, l’elaborazione di un lutto che incide profondamente sulle nostre vite.
Il periodo coinvolto nella narrazione va dal 2002 al 2005, è un romanzo in prima persona, una storia che si sviluppa attraverso lo sguardo e le tensioni di un io narrante di 70 anni, che vive il dramma della quotidianità con un senso di ipertensione alquanto forte. Ci saranno altre occasioni per parlare di questo romanzo, e degli spunti contenutistici che ne fanno parte. Perchè, pur trattandosi di un prodotto di finzione, è comunque ancorato ad una modernità in divenire, ad un universo tecnologico che fa parte delle nostre vite, delle nostre abitudini, dei nostri gesti abituali. E che si è già esteso perfino ad un mondo quale è quello della musica classica.
Lo definirei, dunque, un romanzo esistenzial-sinfonico. Con una spiccata attenzione alle tendenze narrative degli ultimi decenni. Non ci sono dubbi sul fatto che lo stile di scrittura di Biamonti e del primo Magliani (quello dei “Quattro giorni per non morire”, sicuramente il suo romanzo al quale sono più affezionato) abbia influito su questo romanzo, ma è certo che le influenze determinate da due romanzi di Giuseppe Genna, “Dies Irae” e “Medium”, si siano fatte sentire in me, soprattutto per ciò che concerne gli aspetti legati a quel tema complesso che è “la vita oltre la vita”.
Stando alle informazioni della casa editrice, il romanzo dovrebbe uscire entro il 6 aprile.
Ultimo particolare: il titolo del romanzo è “Bacchetta in levare”.
Per quanto riguarda gli altri avvenimenti… c’è tempo per parlarne.

gennaio 12, 2010

La recensione de “la Voce Intemelia”

Filed under: Uncategorized — achillemaccapani @ 1:29 pm

(Sul numero di dicembre 2009 de “la Voce Intemelia”, periodico mensile diffuso per abbonamento, e conosciuto unanimemente quale primo vero organo di informazione indipendente a Ventimiglia, peraltro operante ininterrottamente dal 1946, è stata pubblicata una recensione-cronaca dedicata al romanzo “Confessioni di un evirato cantore”, e che si sofferma altresì sulla conferenza svoltasi nella città di confine il 28 novembre 2009. Propongo di seguito il testo dell’articolo, come pure il file pdf, nella consapevolezza che l’autrice Lorella Gavazzi (che ringrazio, unitamente alla direttrice responsabile prof.ssa Marisa De Vincenti Amalberti) ha saputo tracciare in estrema sintesi il risultato complessivo di un prodotto narrativo, questo romanzo. A.M.)

Si è tenuta a Ventimiglia la prima presentazione in Liguria di “Confessioni di un evirato cantore”. L’incontro si è svolto il 28 novembre scorso presso la sala riunioni dell’Hotel Posta dove, oltre l’autore, sono intervenuti come relatori la dott.ssa Daniela Gandolfi e Diego Marangon. Scrittore del libro, pubblicato da Fratelli Frilli, è il segretario comunale della città di confine Achille Maccapani. Scrittore per passione, Maccapani – che ha già al suo attivo altre due pubblicazioni – in quest’ultimo romanzo traccia un affresco storico intringante ed avvincente del periodo a cavallo tra il settecento e l’ottocento. Protagonista della narrazione è il cantante lirico Luigi Marchesi, divenuto, non senza compromessi, primo sopranista al teatro alla Scala e quindi una delle voci più richieste dai grandi teatri d’Europa. Ed è attraverso le vicissitudini della sua vita, tra successi e pericoli, il grande amore di Maria Cosway, e colpi di scena inaspettati, che il lettore è accompagnato alla scoperta dei teatri d’opera di allora, e a comprendere dimensioni, anche sconosciute, delle grandi personalità di quel tempo. Dai noti direttori d’orchestra, a Mozart e Paganini, passando per Foscolo e Napoleone Bonaparte, è insomma un romanzo che, offrendo un tuffo nella storia – ricostruita in maniera ineccepibile – sa anche calamitare l’attenzione del lettore attraverso uno stile letterario originale e tutto da scoprire.

Lorella Gavazzi

gennaio 4, 2010

La recensione dell’Evirato sul “Corriere nazionale” del 3 gennaio 2010

Filed under: Uncategorized — achillemaccapani @ 11:08 am

(Davvero bella, sorprendente e molto toccante, questa recensione che Marino Magliani ha dedicato al romanzo “Confessioni di un evirato cantore”, pubblicata nella pagina culturale del “Corriere nazionale” del 3 gennaio 2010. La riporto integralmente, sperando di fare cosa gradita ai lettori. Colgo l’occasione per ringraziare la direttrice Stefania Nardini, per l’ospitalità concessa, e Marino per questa lieta sorpresa di inizio 2010. A.M.)

Il romanzo di Achille Maccapani, “Confessioni di un evirato cantore”(ed. Frilli ) ha una copertina assai massimalista e nello stesso tempo intima. Un po’ come la storia che ci racconta Maccapani per dirla tutta. Abbandoniamo i delitti di Dolceacqua, l’io narrante stavolta, è quello di Luigi Marchesi, un cantore che oggi sarebbe una star, con la sua vita dissacrata, genio e sregolatezza, riscatti, pentimenti, consolazioni. E parecchio sesso.Marchesi ci getta fin da subito nella mischia di unincontro amoroso, e ci porta a spasso per ponti e palazzi e teatri, lasciandoci alla fine con un rimorso: non aver la possibilitá di dar in cambio una di queste stagioni piene di rumore e di grigiori per una notte nel diciottesimo e diciannovesimo secolo. Dentro tutto questo: una cultura musicale immensa, quella di Maccapani, che ci concede citazioni e cifre, dissertazioni alte, senza annoiarci neanche un po’, e quando lo fa lo fa per poco, perché Marchesi é unmandrillo, e questo l’ho detto ma bisogna ribadirlo: Marchesi é un vero e propriomandrillo. Evirato per esaltarne la classe e le doti canore, si direbbe, cosa che gli permette prestazioni sessuali sicure, e soprattutto cosa di cui la buona noblesse femminile italiana e internazionale vien presto a sapere. Sterile ma generosissimo, e disponendo selvaggiamente ma da galantuomo qual è, non sempre, di tanta virtù, il nostro eroe, tra un’impalmata e un canto e l’altro, ci fa incontrare gli spettri napoleonici, e ci racconta le cose come da dentro un confessionale. Vecchio e malato, infatti, il Marchesi si confessa e un prete l’ascolta. E’ il momento in cui avviene lo stacco e si passa dalla mondanità all’intimitá di cui si diceva, al riscatto che cerca l’uomo.

Marino Magliani

Corriere Nazionale – 3 gen 2010

dicembre 23, 2009

Grazie a tutti e buon Natale

Filed under: Uncategorized — achillemaccapani @ 9:30 pm

E’ giunto il momento di tirare le somme, a proposito di questo periodo intenso. Il mio romanzo “Confessioni di un evirato cantore” ha ottenuto buone recensioni. Ulteriori approfondimenti seguiranno, e non mancherò di riprenderli in questo sito web.
Tre incontri di presentazione (Inzago, Ventimiglia e Dolceacqua) sono già alle spalle. Altri incontri sono in programma (Ospedaletti e San Bartolomeo al Mare), oppure in fase di progettazione (Bordighera e altre località). Iniziative, interventi, che sono serviti a far meglio conoscere questo romanzo.
Circa i risultati di vendita, è presto per tracciare un bilancio. Ma posso dire che, sulla base dei primi dati provenienti dall’hinterland milanese e dal ponente ligure, la situazione è più che lusinghiera. Ho anche verificato che Ibs (il primo portale di vendita di libri on line in Italia) ha esaurito nei giorni scorsi la propria dotazione in magazzino e che il tempo di reperibilità del titolo si è allungato da 3 giorni a 2 settimane (anzi, tre: questo a causa della chiusura del distributore librario per via del periodo natalizio).
Colgo pertanto l’occasione per ringraziare tutti coloro che hanno acquistato il libro, che lo hanno scelto per un regalo di Natale agli amici e ai propri cari, e a quanti mi hanno già personalmente espresso, o per email o per interposta persona, il proprio apprezzamento. Non sono mancate le (giustificate) critiche, come è giusto che sia, basate sulla necessità di approfondire questo o quell’aspetto della struttura narrativa che, ahimé, era stato tagliato in sede di editing. Ma, si sa, mettere d’accordo mille teste è sempre stato impossibile. Lo sapeva anche il povero Anton Bruckner, quando rimetteva mano alle sue sinfonie, costretto dalle stroncature dei critici musicali dell’epoca. Perlomeno credo di aver trovato un punto fermo nella struttura di questo romanzo, nel suo sviluppo, per cercare di ricostruire, sia pure con un linguaggio adatto al lettore di oggi, un’epoca storica che appartiene al passato, ma è quantomai vicina ai giorni nostri.
Un’amica scrittrice, Barbara Becheroni, proprio oggi, mi ha scritto queste parole, a proposito del romanzo: “Ho finito il libro, molto piacevole, bello. Un tuffo in un altro mondo. All’inizio pensavo che fosse un personaggio inventato, poi ho visto che non era così, chissà perché mi ero fatta quell’idea. Poi non immaginavo che il teatro fosse una cosa così importante, non lo sapevo proprio. Che i cantanti fossero peggio dei divi del cinema di oggi. E quanto viaggiavano, senza aerei, senza automobili! Abbiamo idee molto vaghe del nostro passato neanche troppo lontano“.
Certo, mi rendo conto, il titolo del romanzo era ed è alquanto forte, e purtroppo suscettibile di battute dovute ad una mancata conoscenza della storia dell’Ottocento italiano: il riferimento ai “Sepolcri” di Ugo Foscolo era infatti esplicito, come pure ad un determinato contesto storico, quello della dominazione napoleonica di Milano, e soprattutto del grande dibattito sociale sviluppatosi attorno alla riforma cimiteriale voluta da Bonaparte, nel nome dell’uguaglianza rivoluzionaria, con l’introduzione delle fosse comuni, negando invece il giusto diritto all’identità delle tombe di chi non v’è più tra noi. Quell’identità, giustamente reclamata da Foscolo nella “Lettera apologetica”, con esplicito riferimento alla figura di Luigi Marchesi, e in via indiretta proprio nei “Sepolcri”, quando definì, con profonda amarezza, “Milano città lasciva / d’evirati cantori allettatrice“. Ovviamente la stragrande maggioranza dei lettori ha ben compreso il significato di quel titolo.
Buon Natale a tutti!

dicembre 19, 2009

L’appuntamento di Dolceacqua

Filed under: Uncategorized — achillemaccapani @ 10:16 pm

Il pomeriggio di sabato 12 dicembre ha rappresentato l’occasione per un altro incontro-dibattito, dedicato al romanzo “Confessioni di un evirato cantore”. Assieme a Diego Marangon (libraio/regista teatrale/factotum della Libreria Casella di Ventimiglia), si è sviluppata una discussione vivace, improntata nell’approfondimento di un’epoca storica affascinante, apparentemente lontana, ma anche vicina ai tempi nostri. La sede, la sala consiliare del Comune di Dolceacqua, ha ospitato un pubblico di “pochi ma buoni”, circa 20 presenti, e soprattutto un gruppo di appassionati, curiosi, e interessati a conoscere qualcosa di più, a proposito di questo romanzo.
Colgo pertanto l’occasione per ringraziare l’Amministrazione comunale di Dolceacqua, per avermi scelto per inaugurare la prima rassegna “Autunno d’autore”, occasione di nuovi appuntamenti e iniziative librarie, anche nell’entroterra della Val Nervia, alla quale sono profondamente affezionato.
Propongo pertanto alcune foto ricordo dell’evento.

« Pagina precedentePagina successiva »

Blog su WordPress.com.