Achille Maccapani Blog

maggio 27, 2009

Personaggi veri… o finti? Alcune riflessioni

Filed under: Uncategorized — achillemaccapani @ 9:33 pm

La scrittura è un esercizio difficile, ma spesso appagante. Quando scrivo, è come se mi liberassi di tutto il mondo circostante, mi dimenticassi delle piccole e grandi difficoltà legate al momento contingente, ed entrassi in un’altra realtà, un altro ambiente: quello della storia che sto raccontando. Questa sensazione si vive ogni volta che leggiamo un romanzo nuovo, che ci apre ad un mondo tutto suo, ad una realtà che, tratteggiata dalle descrizioni dell’autore, si disegna davanti alla nostra immaginazione. Ma quando si scrive, la situazione è ancor più potente. Tutto si espande, esplode, assume una forma che, a mano a mano, tende a mutare, a migliorare.

Col tempo, si impara anche a dosare le emozioni. Perché ci si immerge nella personalità di ciascuno dei protagonisti della storia, si ragiona con il suo punto di vista, si tende quasi a condividerne i tic, le sue abitudini. Ma il problema più evidente, per chi lavora dall’altra parte della barricata, e si ritrova per ore ed ore a scrivere sulla tastiera del pc portatile, è quello di saper dosare le emozioni, di saper gestire i passaggi della narrazione, immaginando come potrebbe reagire il potenziale lettore. Spesso, quando  ci si trova immersi nella stesura – e questo avviene soprattutto durante la prima stesura, quella grezza, che necessita di essere ripensata, riveduta, corretta –,  non ci si accorge subito se questa o quella pagina possono avere o meno una resa effettiva, ai fini della lettura. In tal modo, quando scrivo, non mi accorgo affatto del tempo che scorre, a meno che non dia una fugace occhiata all’orologio posto sulla destra in basso dello schermo del pc, perché mi ritrovo immerso nel turbine della storia, guidato soltanto dagli elementi generali indicati nella scaletta (altro tema di cui vorrei un giorno parlare). Ma torniamo ai personaggi.

Quanto c’è di vero e quanto c’è di finto nei personaggi di un romanzo? Uno dei tipici problemi di chi scrive consiste nella necessità di scrutare le caratterialità, gli aspetti facciali e fisici di questa o quella persona che conosce, o che ha conosciuto, e quindi si trova quasi nella possibilità di travasare un pezzo di carattere dell’uno e un pezzo dell’altro per unirli in un personaggio immaginario. Oppure di attingere ad altri personaggi, veri o fittizi, provenienti da questo o quel film, così come li ricordiamo per via dell’interpretazione di un attore o di un attrice: recentemente mi è capitato proprio questo caso, quando mi sono trovato ad ammirare l’interpretazione di un noto personaggio storico europeo, da parte dell’attrice italoaustraliana Greta Scacchi. Vederla in costume settecentesco, con quella gesticolazione, quel fascino, quel suo modo di saper esprimere le emozioni, magistralmente diretta da James Ivory in un film mai diffuso in Italia su dvd, mi ha conquistato, e mi ha spinto ad immaginare come si sarebbe comportata di fronte a questa o a quella circostanza.
Anzi, posso dire che l’immagine della Scacchi, nel pieno dei suoi (all’epoca) trentacinque anni di età, aveva per me rappresentato il segnale, il faro, il punto di riferimento per provare ad immaginare come e in che modo pormi di fronte alla pagina scritta, o meglio, allo schermo bianco del solito file di word, anche alla luce dei documenti, delle ricerche storiche reperite dopo svariati tentativi, delle traduzioni, ove necessari, e soprattutto dell’elaborazione mentale di tutte le informazioni raccolte, di ciò che la storia reale dell’epoca si era svolta, poteva essersi svolta, cercando di trovare un percorso logico a fatti e situazioni apparentemente slegate tra loro. In questo aspetto, l’esame preventivo delle caratterialità individuali è sicuramente fondamentale.

Perché mentre in un prodotto di finzione totale, oppure di finzione ispirata ad episodi storici reali (come nel caso del recentissimo Settanta di Simone Sarasso, che sto leggendo proprio in questi giorni), si tende a seguire una propria inclinazione libera, oppure si sceglie di discostarsi dai modelli storici reali, per essere più autonomi nel tratteggiare i personaggi, nel renderli poi ben più realistici di quanto l’immagine ufficiale dagli stessi costruita ce li aveva mostrati diversi e meno cinici rispetto alla vita vera, nella narrazione storica, soprattutto se ci si pone l’obiettivo di ricostruire un percorso esistenziale, fatto di maledizioni, punti critici, veri e propri leitmotiv che maledettamente si ripetono durante la vita del protagonista principale, più che una libertà nel discostarsi dal reale, ci si trova nella necessità di ricreare il reale, di provare a dare vita e corpo ad una personalità che, seppur assente nei documenti a propria firma, la cui totale assenza è derivante esclusivamente dalla sua estrema volontà di cancellare ogni traccia del proprio vissuto, merita invece di tornare alla luce, di ritrovare una sua dimensionalità tutta particolare. Unica.

Non saprei dunque dire se la differenza tra lo storico e lo scrittore consista semplicemente, a favore di quest’ultimo, nella possibilità di colmare i buchi, le falle, i punti critici lasciati scoperti – per assenza di documenti – dall’assenza di documenti ufficiali. Potrebbe essere questo. Ma non basta consultare i numerosi volumi dei viaggi in Italia di Charles Burney, di Stendhal, o di altri scrittori in transito nelle città dello Stivale, oppure gli articoli di giornale dell’epoca. Occorre di più: cercare altre fonti, e non solo i libri e i giornali dell’epoca, ci si deve estendere a molto di più. Diventa così difficile pensare che la personalità dei protagonisti possa nascere dal nulla in un romanzo come quello che prevedo di pubblicare dopo l’estate.

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